Blog di Raimondo Schiavone e amici

I gemelli diversi

Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu non si sono mai incontrati per scegliersi. Eppure sono gemelli. Diversi nel sangue, identici nella funzione.
Uno recita la parte della vittima assediata. L’altro quella del sopravvissuto che non perdona. Uno indossa la felpa verde oliva del martire permanente. L’altro il completo scuro del giudice implacabile. Le scenografie cambiano. Il copione no.
Entrambi sognano la guerra come altri sognano la pace: perché la guerra, per loro, è l’unica condizione che li tiene in vita politicamente. Zelensky senza guerra è un attore decaduto in un paese in bancarotta, costretto a rispondere di elezioni mai tenute e di un potere che la legge marziale gli consente di prorogare all’infinito. Netanyahu senza guerra è un imputato che deve rispondere di corruzione davanti ai suoi giudici, e ogni giorno di conflitto è un giorno di processo rinviato. Il conflitto non è un’emergenza da superare. È l’ossigeno del potere. È anche, per entrambi, l’alibi giudiziario perfetto.
Ma la logica che li tiene in vita non è solo interna. È sistemica. Zelensky è il perno orientale della NATO che non osa dirsi guerra per procura: l’Ucraina è il territorio, l’Occidente fornisce armi, dottrina e narrazione, Kiev fornisce il sangue. Netanyahu è il perno mediorientale dello stesso disegno: Israele è l’avamposto armato di un ordine che vuole ridisegnare i confini da Gaza al Libano, dalla Siria all’Iran, con la stessa logica di sostituzione degli equilibri regionali che l’Europa dell’Est sta vivendo sul fronte russo. Due teatri, un solo regista strategico: l’egemonia atlantica che non tollera aree grigie, non tollera neutralità, non tollera potenze regionali che sfuggano al proprio controllo — che si chiamino Russia o Iran, che si chiamino Mosca o Teheran, l’architettura è identica.
Nessuno dei due è stato scelto per la guerra. La guerra è stata scelta per loro, e loro sono stati imposti ai rispettivi popoli come sua incarnazione naturale. Il popolo ucraino non ha votato per l’eternizzazione del conflitto, così come non ha votato per la ricostruzione infinita finanziata a debito verso gli stessi che vendono le armi. Il popolo israeliano non ha votato per l’espansione permanente della vendetta, né per l’isolamento diplomatico che ne consegue, né per il logoramento economico e sociale di una guerra su più fronti. Ma la logica dei gemelli diversi non risponde ai popoli. Risponde a chi li ha generati, e chi li ha generati siede molto più a occidente dei rispettivi confini.
E chi li ha generati è sempre lo stesso padre: la logica guerrafondaia del capitalismo occidentale, che ha bisogno di fronti aperti come i suoi mercati hanno bisogno di materie prime. L’industria bellica americana ed europea non vive di pace: vive di riarmo, di stock da rimpiazzare, di bilanci della difesa che salgono ogni anno che il conflitto resta caldo. Zelensky e Netanyahu non sono cause. Sono effetti. Sono la faccia umana — l’una tragica, l’altra spietata — di un meccanismo che li precede e li sopravvivrà: un meccanismo che ha bisogno del nemico russo per giustificare l’espansione della NATO fino ai confini di Mosca, e ha bisogno del nemico iraniano per giustificare la ridefinizione armata del Medio Oriente, dagli Accordi di Abramo in poi.
E infine la scena madre, quella che chiude il cerchio: entrambi, prima o poi, fanno anticamera alla corte del Re Trump. Vanno a Washington come vassalli vanno dal sovrano. Non per essere ascoltati. Per essere confermati. Il Re decide i tempi della guerra e i tempi della tregua, decide chi merita ancora le armi e chi deve accontentarsi delle promesse, decide quando un cessate il fuoco è utile alla narrazione e quando invece va rimandato. Non è diplomazia. È investitura. I gemelli diversi inchinano il capo, ciascuno nel proprio idioma di sofferenza — l’uno chiedendo missili, l’altro chiedendo copertura politica all’ONU — e tornano a casa con la benedizione per continuare a fare esattamente ciò per cui sono stati messi lì.
Non sono gemelli per caso. Sono gemelli per progetto. E il progetto, come sempre, non porta la loro firma.
Raimondo Schiavone

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