Blog di Raimondo Schiavone e amici

LA SPAGNA VINCE, TRUMP PERDE. IL PALLONE NON MENTE MAI

New Jersey, notte fonda. Il fischio finale consegna alla storia un verdetto che va ben oltre il campo: la Spagna è campione del mondo, l’Argentina di Lionel Messi si inchina, e Donald Trump — che aveva voluto quel Mondiale in casa propria come vetrina della sua America trionfante — si ritrova a consegnare la coppa a chi, di quell’America, non ha voluto sapere nulla.

Non è un dettaglio. Non è cronaca sportiva. È un simbolo.

Gli Stati Uniti hanno organizzato, allestito, sorvegliato. Hanno costruito lo stadio, hanno scelto le telecamere, hanno persino intonato l’inno della globalizzazione felice con Shakira e Chris Martin sul palco. Ma il pallone, quello vero, non si è fatto addomesticare. Il pallone ha risposto a un’altra legge, più antica e più giusta: quella del merito che non si compra, non si telecomanda, non si piega alle convenienze geopolitiche.

Messi ha giocato con le smorfie di chi si sente ancora una volta il predestinato. Quindici tocchi in un tempo. Un’occasione sciupata al quinto minuto. Un campione, certo — nessuno lo nega — ma un campione che per un mese intero ha goduto della protezione più sfacciata della storia recente del calcio: arbitraggi generosi, calendari cuciti su misura, una narrazione mediatica scritta prima ancora che si giocasse la partita. La FIFA di Gianni Infantino, sempre più vicina a Trump, sempre più allineata con Tel Aviv, aveva già scritto il finale. Mancava solo che l’Argentina lo recitasse.

Non lo ha recitato. Non ha potuto.

Il calcio, quando vuole, sa essere più politico di qualsiasi comunicato. Lo fu con Maradona e la sua mano che sfidò l’Inghilterra imperiale nell’anno delle Falkland. Lo è di nuovo oggi, con una Spagna che — pur dentro le sue contraddizioni, pur dentro un’Europa che non brilla certo per coerenza — ha rifiutato di essere lo strumento della narrazione voluta da Washington e dai suoi alleati.

Ogni volta che il pedone si ribella alla scacchiera, il mondo intero se ne accorge. Ogni volta che il piccolo batte il protetto, qualcosa si incrina nell’ordine costituito. Ogni volta che l’ipocrisia istituzionale perde per novanta minuti più recupero, la gente comune — quella che non conta niente nei summit del G7 ma tutto negli stadi — respira.

Un campione, quello vero, non è solo chi segna. È chi sa perdere senza scaricare la sconfitta su un arbitro, su un avversario, su una congiura immaginaria. Messi, con le sue smorfie di questa notte, ha dimostrato ancora una volta che il campo è lo specchio della vita: puoi essere il più forte, il più coccolato, il più protetto — e restare comunque, nell’ora della verità, un uomo solo davanti al portiere spagnolo.

La Spagna ha vinto una partita.

Il mondo che non si genuflette davanti all’imperialismo ha vinto un simbolo.

E Trump, che voleva un Mondiale a sua immagine, si è ritrovato a stringere la mano ai suoi avversari, davanti a un pianeta intero che guardava.

Il calcio, ogni tanto, restituisce giustizia dove la politica non osa.

Raimondo Schiavone

Ti sei perso qualcosa?

Iscriviti al servizio di newsletter

Ultimi articoli pubblicati

SCARICA L'APP L'ORA DI DEMOLIRE sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×