Ci sono estati nelle quali non si ha voglia di fare nulla. Non è stanchezza, e nemmeno pigrizia. È qualcosa di più sottile. È come se la mente cercasse un luogo nel quale nascondersi, uno spazio sospeso dove il tempo perda consistenza e le responsabilità smettano, almeno per qualche ora, di reclamare la propria presenza.
Allora arrivano loro. Un barattolo di Nutella. Una serie TV. Due oggetti apparentemente innocui che finiscono per trasformarsi in un rifugio dell'anima. Non li scegli perché hai fame o perché desideri davvero quella storia. Li scegli perché ti permettono di non pensare. Di allontanare il rumore del mondo e, qualche volta, persino quello della tua coscienza.
Mi sono chiesto spesso se quella fosse davvero quiete oppure una forma elegante di fuga.
Viviamo in una società che ci impone di essere sempre produttivi, sempre presenti, sempre performanti. Forse, per reazione, il nostro inconscio costruisce piccoli santuari dell'immobilità, luoghi dove il tempo si dissolve in un cucchiaio di crema o nell'ennesimo episodio che parte automaticamente senza nemmeno chiederti se vuoi davvero guardarlo.
Eppure, dopo quella pace apparente, rimane quasi sempre una sensazione indefinibile. Non il senso di colpa. Sarebbe troppo semplice. Piuttosto la percezione di aver lasciato che un altro giorno scorresse senza avergli dato un significato.
Forse la vera battaglia non è contro la Nutella o contro le serie TV. Sarebbe ridicolo pensarlo. La battaglia è contro quella parte di noi che, silenziosamente, desidera anestetizzare le domande più profonde. Perché finché siamo occupati a consumare immagini e sapori, non siamo costretti a confrontarci con ciò che davvero ci manca.
Così continuerò a guardare le mie serie TV. Continuerò anche ad affondare il cucchiaino nella Nutella quando ne avrò voglia. Non c'è nulla di sbagliato in questo. Sarebbe ipocrita trasformare ogni piacere in una colpa.
Quello che vorrei non perdere è la consapevolezza. Sapere se sto scegliendo quel momento oppure se è quel momento ad aver scelto me. Perché la libertà non consiste nel rinunciare ai piccoli piaceri della vita, ma nel non diventarne prigionieri. E forse la differenza tra un rifugio e una fuga sta tutta qui: nel continuare ad abitare il proprio mondo senza smettere, ogni tanto, di guardarsi dentro.














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