Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’ossessione anticomunista degli Stati Uniti: una lunga crociata, spesso tragicomica

C’è un filo rosso – a volte più simile a un cappio – che attraversa la storia contemporanea degli Stati Uniti: la lotta al comunismo. Una battaglia ideologica che, più che conoscere pause o autocritiche, sembra reinventarsi di generazione in generazione, cambiando teatro ma non copione. Dal Sud-Est asiatico ai Caraibi, dall’America Latina al Medio Oriente, fino al Venezuela di oggi, Washington ha inseguito l’ombra del “pericolo rosso” con una perseveranza che rasenta l’ossessione.
Si parte con il Vietnam, simbolo di una guerra combattuta contro un’idea prima ancora che contro un esercito: milioni di morti, napalm, villaggi rasi al suolo, e alla fine una sconfitta che non ha mai davvero trovato posto nei manuali di autoanalisi americana. Poi la Baia dei Porci, tragicommedia caraibica dove l’anticomunismo si schiantò contro la realtà cubana, lasciando dietro di sé un fallimento storico e un rancore destinato a durare decenni.
Nel mezzo, la Guerra Fredda, combattuta più nei corridoi della propaganda che nelle urne, ma con effetti molto concreti: colpi di Stato in Sud America, governi democraticamente eletti rovesciati in nome della “libertà”, Panama invasa per “ristabilire l’ordine”, il tutto condito da un fervore morale che pretendeva di esportare democrazia a colpi di baionetta.
Arrivati al Medio Oriente, il copione si aggiorna ma non cambia: l’Iraq di Saddam Hussein, prima demonizzato poi demolito, lasciando un vuoto riempito dal caos; la Siria, trasformata in un campo di battaglia geopolitico dove il “regime socialista” diventava l’alibi per una destabilizzazione permanente. Sempre la stessa giustificazione: abbattere ciò che non si allinea, purché abbia un vago odore di socialismo o semplicemente osi non obbedire.
E oggi? Oggi tocca al Venezuela di Nicolás Maduro, erede di un chavismo che ha osato sfidare l’egemonia americana nel suo “cortile di casa”. Sanzioni, pressioni, minacce: la guerra non è più solo militare, ma economica e narrativa. Il comunismo – o ciò che di esso resta – è ancora una volta il bersaglio perfetto, il nemico eterno che giustifica ogni ingerenza.
In questo panorama resistono in pochi. Cuba, assediata da oltre sessant’anni di embargo, e la Corea del Nord di Kim Jong-un, diventata la caricatura preferita dell’Occidente. Due realtà diversissime, accomunate dall’essere l’ultimo promemoria vivente che l’anticomunismo americano non ha mai smesso di cercare bersagli.
Il paradosso, osservato con una punta di ironia amara, è che questa crociata morale nasce da una nazione costruita da contraddizioni profonde: un Paese figlio di pionieri e avventurieri, di traffici leciti e illeciti, di schiavismo e segregazione, di proibizionismo e contrabbando. Un Paese che fatica a fare i conti con il proprio passato, ma che si arroga da sempre il diritto di giudicare quello degli altri.
Forse è proprio qui il nodo: l’anticomunismo come specchio, come modo per non guardare dentro le proprie fratture. Perché è più semplice combattere un’ideologia lontana che affrontare le disuguaglianze, le violenze e le ipocrisie di casa propria. E così la storia continua, tra crociate ideologiche e nuove “minacce rosse”, in un eterno ritorno che, a tratti, sembra più una farsa che una strategia.
Raimondo Schiavone 

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