Blog di Raimondo Schiavone e amici

LO STRETTO DI HORMUZ E L’ILLUSIONE DELL’OCCIDENTE

Ci sono momenti nella storia in cui il rumore della propaganda supera quello dei fatti. E poi ci sono momenti – come questo – in cui i fatti iniziano a parlare da soli, e fanno molto più rumore di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro del mondo. Non per scelta, ma per necessità. Da una parte gli Stati Uniti che, secondo analisi militari internazionali, stanno rafforzando la presenza navale e preparando assetti speciali per operazioni rapide e chirurgiche. Dall’altra l’Iran, che non si limita più alla deterrenza retorica: sposta uomini, mezzi e capacità nelle isole strategiche dell’arcipelago che controlla il passaggio più delicato del pianeta.
Non è una esercitazione. È una partita vera.
E soprattutto è una partita che nessuno può vincere in tempi brevi.
Le fonti strategiche convergono su un punto: se il conflitto dovesse accendersi davvero, non sarebbe una guerra lampo. Sarebbe una guerra di attrito. Lunga, intermittente, fatta di sabotaggi, blocchi navali, attacchi asimmetrici e rappresaglie calibrate. Non un Iraq 2003, ma qualcosa di molto più simile a una ferita aperta nel sistema globale.
Perché Hormuz non è un teatro qualsiasi. È il rubinetto energetico del mondo. Da lì passa circa un quinto del petrolio globale. Basta una tensione prolungata per trasformare il mercato energetico in una bomba.
E qui arriva il punto che in Europa fingono di non vedere.
L’Occidente – e in particolare l’Europa – entra in questa fase storica nel momento di massima fragilità. Inflazione strutturale, crescita debole, industria in affanno, dipendenza energetica mai risolta davvero. La NATO, più che implodere militarmente, sta mostrando crepe politiche evidenti: interessi divergenti, leadership incerta, strategie che non coincidono più.
Tradotto: se lo scenario degenera, l’Europa non è un attore. È un campo di conseguenze.
Le analisi economiche internazionali parlano chiaro: una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz significherebbe aumento immediato dei prezzi dell’energia, pressione sulle catene di approvvigionamento, rallentamento industriale e nuova spirale inflattiva. Non tra mesi. Subito.
E mentre tutto questo si muove, la politica europea continua a muoversi come se fosse ancora dentro un seminario accademico.
Dichiarazioni, vertici, prese di posizione simboliche. Ma nessuna strategia vera.
Il paradosso è evidente: si parla di sicurezza globale senza avere sicurezza economica. Si evocano scenari militari senza avere resilienza interna. Si commenta la guerra come se fosse una variabile esterna, quando invece è già entrata nei fondamentali del sistema.
E allora la verità, quella che nessuno vuole dire, è molto semplice.
Se lo Stretto di Hormuz diventa il nuovo epicentro del conflitto, non sarà solo una crisi militare. Sarà uno spartiacque economico globale. E l’Europa rischia di scoprirlo nel modo peggiore possibile: non come protagonista, ma come vittima collaterale.
Nel frattempo, le truppe si muovono.
Le flotte si posizionano.
Le isole si riempiono.
E il mondo, ancora una volta, fa finta di avere tempo.
Ma il tempo, questa volta, potrebbe essere già finito.
Raimondo Schiavone 

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