Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’Iran non si spezza: dietro la favola della “frattura” c’è il solito copione del cambio di regime

C’è una costante nella narrazione occidentale quando un Paese non allineato resiste: trasformare la destabilizzazione in opportunità, il caos in “soluzione”, la disgregazione in prospettiva virtuosa. È accaduto in Jugoslavia, in Iraq, in Libia, in Siria. Ora tocca all’Iran. Non stupisce quindi leggere, anche su autorevoli testate occidentali, tesi secondo cui “un Iran fratturato potrebbe non essere poi così male”. È una frase che dice molto più di quanto sembri: non parla dell’Iran, ma degli interessi di chi la scrive.
Il punto di partenza è sempre lo stesso: i confini sarebbero “artificiali”, lo Stato sarebbe una costruzione forzata, il popolo un insieme disomogeneo pronto a esplodere. Una lettura comoda, funzionale a giustificare qualunque ingerenza esterna. Peccato che l’Iran non sia un’entità improvvisata, ma una civiltà millenaria, con una forte identità nazionale, culturale e politica, che ha attraversato imperi, invasioni e rivoluzioni senza mai dissolversi. Pensare che possa essere smembrato come un protettorato qualunque rivela o ignoranza storica o malafede strategica.
Le proteste degli ultimi mesi vengono raccontate come l’anticamera del collasso del sistema. Anche qui, la semplificazione è d’obbligo: popolo contro regime, giovani contro Stato, libertà contro repressione. La realtà, come spesso accade, è più complessa e meno utile alla propaganda. Esistono difficoltà economiche reali, acuite da anni di sanzioni micidiali, isolamento finanziario e guerra economica permanente. Esistono rivendicazioni sociali legittime, che lo stesso governo iraniano non ha negato, riconoscendo la necessità di interventi e correttivi. Ma accanto a questo esiste anche altro, che i media occidentali faticano ad ammettere apertamente.
Le stesse testimonianze raccolte da fonti non certo filogovernative parlano di gruppi organizzati, vestiti di nero, rapidi, coordinati, che agiscono come squadre operative: incendiano, provocano, si spostano, alimentano il caos. Non cittadini esasperati che protestano spontaneamente, ma agitatori addestrati che sfruttano il malcontento per trasformarlo in destabilizzazione. È un copione già visto, dall’Europa dell’Est al Medio Oriente, dall’America Latina all’Asia centrale. Prima si strangola economicamente un Paese, poi si esaspera la popolazione, quindi si infiltra, si radicalizza, si spinge alla reazione dello Stato. A quel punto la reazione diventa “repressione”, e il cerchio mediatico si chiude.
L’idea di una “frattura” dell’Iran non nasce per caso. Un Iran indebolito, frammentato, balcanizzato sarebbe un obiettivo strategico enorme per chi da decenni non riesce a piegarlo. Significherebbe spezzare un asse fondamentale in Medio Oriente, ridurre l’influenza regionale di Teheran, colpire indirettamente Russia e Cina, creare nuovi protettorati instabili da controllare economicamente e militarmente. Altro che autodeterminazione dei popoli: qui si parla di geopolitica pura, di interessi energetici, militari e strategici.
Chi propone la disgregazione dell’Iran come scenario “non così negativo” omette volutamente le conseguenze reali: guerre civili, conflitti etnici, proliferazione di milizie, interventi stranieri, milioni di profughi. È lo stesso modello già applicato altrove, sempre con gli stessi risultati disastrosi per i popoli coinvolti e con gli stessi benefici per chi osserva da lontano. La differenza è che l’Iran, a differenza di altri Paesi, ha dimostrato negli anni una straordinaria capacità di resilienza statale e sociale.
Il governo iraniano può e deve affrontare le sue criticità, a partire da quelle economiche e sociali. Ma questo processo può avvenire solo dall’interno, senza diktat esterni, senza regie occulte, senza lezioni di democrazia impartite da chi ha devastato intere regioni in nome della “libertà”. Difendere l’unità dell’Iran oggi non significa negare i problemi, ma impedire che vengano strumentalizzati per distruggere uno Stato sovrano.
La verità, che si cerca disperatamente di occultare, è semplice: un Iran unito è un problema per chi vive di dominio e ingerenza. Un Iran fratturato sarebbe invece l’ennesima vittima sacrificale sull’altare dell’ordine occidentale. Ed è esattamente per questo che non accadrà.
Raimondo Schiavone 

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