Ci sono prese di posizione che non sorprendono. Non perché siano sbagliate in sé, ma perché appaiono ormai prevedibili, quasi rituali. Il sostegno del Partito Democratico all’Ucraina rientra in questa categoria: una postura politica che negli ultimi anni si è consolidata fino a diventare identitaria, quasi automatica, raramente accompagnata da un vero dibattito interno o da una riflessione sulle contraddizioni che porta con sé.
In questo quadro si colloca anche la posizione del segretario regionale del PD Sardegna, Silvio Lai. Una posizione lineare, coerente con la linea nazionale del partito e con l’impostazione europeista e atlantica che il PD ha progressivamente assunto. Nulla di sorprendente, appunto. Ma proprio questa linearità apre uno spazio di riflessione critica che non riguarda la persona — verso cui restano stima e rispetto — bensì il percorso politico collettivo.
Non è la solidarietà verso un popolo aggredito a suscitare perplessità. Quella appartiene al patrimonio umano prima ancora che politico. Ciò che colpisce, piuttosto, è l’assenza di complessità: la difficoltà di tenere insieme la condanna dell’invasione russa con una critica altrettanto netta alla logica della guerra permanente che oggi domina il discorso occidentale.
Il PD contemporaneo sembra aver smarrito quella tradizione culturale che lo collocava dentro una sinistra capace di interrogarsi sulla pace, sulla diplomazia, sul ruolo delle alleanze militari. Una sinistra che non coincideva automaticamente con l’Occidente geopolitico, ma che provava a distinguere tra valori e interessi, tra solidarietà e schieramento, tra sicurezza e militarizzazione.
Oggi, invece, la collocazione appare più lineare: atlantismo come riflesso, europeismo come perimetro, sostegno all’Ucraina come prova di affidabilità internazionale. Una linea legittima, ma che diventa fragile quando si trasforma in adesione senza spirito critico. È lì che nasce la sensazione di un partito “occidentalista per convenienza”, più attento a non disturbare gli equilibri esterni che a interrogarsi sulle proprie radici culturali.
La contraddizione emerge soprattutto se si osserva il silenzio su altri fronti. Gaza e la questione palestinese, per esempio, continuano a rappresentare una ferita aperta nella coscienza europea. La difficoltà del PD — e più in generale della politica occidentale — di adottare un linguaggio altrettanto netto su quei drammi alimenta la percezione di un doppio standard morale. Non è solo geopolitica: è credibilità.
A questo si aggiunge un’altra dimensione, più interna: quella della giustizia e delle riforme istituzionali. Un partito che storicamente si è presentato come garante dei diritti e dell’equilibrio tra poteri oggi appare spesso difensivo, poco incline ad affrontare temi come la responsabilità civile dei magistrati o il funzionamento complessivo del sistema giudiziario con lo stesso coraggio con cui difende altre battaglie di principio. Anche qui, la sensazione è di una selettività che indebolisce il racconto identitario.
Dire che sostenere l’Ucraina equivalga a sostenere la guerra è forse una semplificazione, ma non del tutto priva di un nucleo di verità. Quando il sostegno politico si traduce prevalentemente in supporto militare e quando la prospettiva diplomatica resta sullo sfondo, il confine tra difesa e prosecuzione del conflitto diventa inevitabilmente sfumato. Ed è proprio su questo terreno che la sinistra europea avrebbe dovuto esercitare la propria vocazione storica: costruire ponti, non limitarsi a presidiare fronti.
Per questo il dissenso, anche tra amici, non dovrebbe essere vissuto come una frattura ma come un esercizio di onestà intellettuale. L’amicizia politica non implica uniformità di vedute; anzi, spesso si rafforza proprio nella capacità di dirsi che non ci si riconosce in alcune scelte, senza per questo negare rispetto e stima reciproca.
Forse il punto non è essere “pro Ucraina” o “contro Ucraina”, categorie che impoveriscono il ragionamento. Il punto è chiedersi se la politica europea — e il PD con essa — stia facendo abbastanza per immaginare una via d’uscita dalla guerra che non sia semplicemente la sua prosecuzione fino all’esaurimento delle parti. È una domanda scomoda, ma necessaria.
L’ipocrisia, quando c’è, non risiede tanto nelle posizioni quanto nella loro rigidità. Nella rinuncia al dubbio. Nella difficoltà di riconoscere che la pace non si costruisce solo con le ragioni giuste, ma anche con il coraggio di mettere in discussione le proprie certezze.
E forse è proprio questo che oggi manca al Partito Democratico: non la coerenza di campo, ma la profondità dello sguardo. Una sinistra che non interroga se stessa rischia di diventare prevedibile. E la prevedibilità, in politica, è spesso il primo passo verso l’irrilevanza.
Raimondo Schiavone












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