Il merito è diventato la religione civile del nostro tempo. Lo si invoca ovunque, quasi fosse una formula taumaturgica capace di giustificare ogni ascesa e assolvere qualsiasi sistema. Chi arriva in alto, si presume, lo abbia conquistato sul campo. Chi resta indietro, evidentemente, non ne era all'altezza. È una narrazione rassicurante, lineare, e tremendamente comoda: se il successo è sempre frutto del merito, nessuno è tenuto a interrogarsi su come quel successo sia stato effettivamente costruito.
Il problema è che il merito di cui tutti parlano raramente coincide con il talento, la competenza o il sacrificio.
Esiste il merito dell'amicizia. È quello di chi colleziona incarichi, promozioni, consulenze, visibilità e potere non per essere il più capace, ma per conoscere le persone giuste. Il merito delle cene, delle appartenenze, delle telefonate opportune, delle reti invisibili che precedono ogni selezione formale. Eppure, raggiunto il traguardo, il racconto ufficiale resterà sempre identico: «Ci è arrivato perché è bravo». Nessuno racconterà mai chi gli ha aperto la porta.
Esiste il merito dell'ossequio. È quello di chi non ha mai disturbato il manovratore, di chi ha imparato che in certi ambienti l'intelligenza conta meno dell'obbedienza, e che il conformismo produce risultati più rapidi del pensiero autonomo. Non si premia chi innova, ma chi non crea problemi. Molti scambiano questa arrendevolezza per affidabilità: spesso è solo subordinazione travestita da virtù.
Esiste il merito della fedeltà — non quella ai principi, che sarebbe nobile, ma quella alle persone: al capo, alla corrente, al clan professionale. Una fedeltà premiata come se fosse competenza. In molti ambienti la tessera di appartenenza pesa più del curriculum, e le capacità diventano secondarie rispetto alla garanzia di non mettere mai in discussione l'ordine costituito.
Esiste il merito della rinuncia. È quello di chi ha imboccato un'unica strada non perché fosse la migliore, ma perché le altre erano troppo impervie. Di chi ha rinunciato a pensare diversamente, a rischiare, a proporre alternative. La società lo definisce equilibrio. Spesso è solo rassegnazione.
Esiste il merito dell'arroganza — paradossale, eppure diffusissimo. Persone che occupano una posizione da così tanto tempo da scambiare il ruolo per un diritto acquisito. Non accettano confronto, non tollerano avvicendamento, non contemplano il passo indietro. La permanenza diventa competenza, l'anzianità si traveste da superiorità morale, e chi reclama un cambiamento viene bollato come irresponsabile.
Infine, il merito più insidioso: quello dell'ossequio preteso. È di chi esige rispetto non per ciò che produce, ma per la carica che occupa. Di chi confonde autorevolezza e autorità, convinto che il consenso debba essere automatico e la critica una forma di lesa maestà. Qui il merito si trasforma in rendita, proprietà privata, titolo nobiliare contemporaneo.
Ed è in questo scarto che si annida la grande ipocrisia del nostro tempo. Perché il merito autentico non reclama fedeltà, non esige obbedienza, non pretende gratitudine perenne. Si misura ogni giorno, va dimostrato in continuazione, può essere messo in discussione, superato, persino sconfitto.
Tutto il resto non è meritocrazia. È soltanto la vecchia grammatica del potere, che ha imparato a travestirsi da virtù.
Raimondo Schiavone
PS. Di questo ed altro si parla nel mio libro Politicamente Scorretto, Arkadia Editore.














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