C’è una frase attribuita a Toni Servillo che colpisce per lucidità e semplicità: «Mi fa paura l’incompetenza sbandierata come un vanto. I danni che può procurare un fesso nel posto sbagliato sono incalcolabili».
Una frase che non è solo una battuta brillante, ma una fotografia spietata della contemporaneità.
Viviamo in un’epoca in cui l’incompetenza non è più un limite da colmare, ma una postura da esibire. Non si nasconde, non si teme, non si corregge: si rivendica. È diventata quasi una cifra identitaria, un marchio di autenticità per chi confonde la superficialità con la spontaneità e l’improvvisazione con il talento.
Il paradosso è evidente. In un tempo in cui le informazioni sono accessibili a tutti, in cui la formazione è diffusa e continua, l’ignoranza operativa non diminuisce: cambia forma. Non è più la mancanza di sapere, ma il rifiuto del metodo. Non è il non conoscere, ma il non voler capire.
E qui sta il punto più pericoloso evocato dalla frase: il posto sbagliato.
Perché l’incompetenza, di per sé, è una condizione umana e perfino sana se accompagnata da umiltà e desiderio di apprendere. Diventa devastante quando si colloca nei luoghi decisionali: istituzioni, aziende, informazione, cultura, organizzazioni pubbliche e private. In quei contesti l’errore non resta individuale, ma si moltiplica, si propaga, genera effetti a catena.
L’incompetente consapevole dei propri limiti può essere prudente. L’incompetente che ignora la propria inadeguatezza, invece, è pericoloso. È la versione moderna dell’effetto Dunning-Kruger: più si sa poco, più si è convinti di sapere tutto. E quando questa sicurezza si accompagna a ruoli di responsabilità, il danno diventa sistemico.
Il problema non è solo tecnico, ma culturale.
Abbiamo costruito una società che premia la visibilità più della competenza, la sicurezza più della preparazione, la narrazione più del contenuto. Chi parla con decisione sembra autorevole, chi dubita appare fragile. Così l’arroganza diventa linguaggio pubblico e la complessità viene ridotta a slogan.
Questo fenomeno è evidente nella politica, dove l’approssimazione si traveste da pragmatismo; nel management, dove l’improvvisazione viene venduta come spirito imprenditoriale; nei media, dove la velocità sostituisce l’approfondimento. Ma riguarda anche la quotidianità: riunioni senza visione, decisioni senza analisi, giudizi senza conoscenza.
Eppure la frase di Servillo non è solo una denuncia. È un invito implicito a recuperare il valore dell’umiltà intellettuale. Riconoscere di non sapere non è debolezza: è il primo passo per costruire competenza. L’autorevolezza non nasce dall’ostentazione, ma dalla responsabilità. Non dal volume della voce, ma dalla qualità del pensiero.
In fondo la vera paura non dovrebbe essere l’incompetenza in sé, ma la sua normalizzazione. Quando smettiamo di distinguere tra chi sa e chi improvvisa, tra chi studia e chi parla, tra chi costruisce e chi occupa spazi, il rischio è una lenta erosione della fiducia collettiva. E senza fiducia nessun sistema – politico, economico o culturale – regge a lungo.
Forse per questo quella frase resta così potente: perché non parla di un singolo “fesso”, ma di un clima. Di un tempo in cui il merito viene messo tra parentesi e la competenza diventa sospetta, quasi elitaria. Un tempo in cui il posto giusto non sempre viene occupato dalla persona giusta.
E allora la risposta non può essere il cinismo, ma la selezione. Non l’arroganza, ma la formazione. Non l’esclusione, ma la responsabilità.
Perché la competenza non è un privilegio: è un dovere verso la comunità.
E, soprattutto, perché i danni dell’incompetenza al comando non sono solo incalcolabili. Sono quasi sempre pagati da chi non ha mai avuto voce per evitarli.
Raimondo Schiavone












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