Blog di Raimondo Schiavone e amici

Liliana Segre, la memoria tradita e il silenzio che sarebbe saggezza

Ci sono momenti nella vita in cui la dignità si difende più con il silenzio che con le parole. È una lezione che molti hanno imparato, specie chi ha attraversato orrori indicibili. La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah e simbolo della memoria storica, sembra averla dimenticata. Le sue recenti dichiarazioni sul massacro in corso a Gaza hanno scatenato polemiche, non perché manchi il diritto di parola, ma perché quelle parole – pesanti di storia e simbolo – finiscono per diventare lo scudo morale di un sistema amico dei genocidi.

In un’intervista del 2 agosto 2025 a La Repubblica, Segre ha ribadito di opporsi all’uso del termine “genocidio” per descrivere ciò che accade a Gaza, sostenendo che sia «troppo carico di odio» e usato «per vendetta». Ha parlato di un abuso linguistico che rischierebbe di banalizzare la Shoah e alimentare l’antisemitismo contemporaneo. Pur definendo “atroce” la sofferenza dei civili palestinesi e “mostruoso” il fanatismo di Hamas, ha invitato a non equiparare l’azione del governo di Netanyahu a un genocidio, perché – a suo dire – una tale accusa richiede “rigore giuridico e prova concreta, non indignazione emotiva”.

Queste parole pesano. Pesano perché non arrivano da una figura qualsiasi, ma da chi è sopravvissuto a un vero genocidio, da chi ha fatto della memoria il proprio vessillo pubblico. Eppure oggi quella memoria sembra diventare selettiva, capace di vedere solo alcune vittime e non altre. O peggio, di tacere sul fatto che i bambini palestinesi muoiono di fame, sotto le macerie, privati di acqua, cibo e cure, in una guerra di annientamento che giuristi, organizzazioni internazionali e persino alcuni governi definiscono senza esitazione genocidio.

Secondo la Convenzione ONU per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948), il genocidio è “qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”. Non serve che l’annientamento sia totale: basta l’intenzione di colpire quel gruppo in quanto tale, con atti come l’uccisione di membri, l’imposizione di condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, o il trasferimento forzato di bambini.

La Corte Internazionale di Giustizia, nel procedimento aperto dal Sudafrica contro Israele il 29 dicembre 2023 e sostenuto da numerosi Stati – tra cui Brasile, Spagna, Irlanda e Messico – ha già riconosciuto “plausibile” che Israele stia commettendo atti di genocidio a Gaza. Nelle misure provvisorie del 26 gennaio 2024 e nei successivi richiami del 28 marzo e 24 maggio 2024, la Corte ha ordinato a Israele di “prevenire atti di genocidio” e “consentire immediatamente l’accesso agli aiuti umanitari”. Queste non sono opinioni: sono valutazioni giuridiche fondate su prove e testimonianze ufficiali.

Ecco perché il rifiuto della Segre di usare la parola “genocidio” non è una mera questione semantica: è una scelta politica e simbolica. È la rinuncia a chiamare le cose con il loro nome, proprio nel momento in cui il diritto internazionale e la comunità umanitaria lanciano l’allarme.

La Segre ha anche espresso «profonda repulsione verso il governo Netanyahu» e verso quelle che ha definito «componenti fascistoidi e razziste» della leadership israeliana. Ma questa condanna, pur sonora, resta monca: se si ammette la natura razzista e sanguinaria di un governo, se si denuncia la strage sistematica di civili, ma si nega la qualificazione giuridica che il diritto internazionale ritiene plausibile, allora si contribuisce – consapevolmente o meno – a minimizzare l’orrore.

Mio padre, uomo di saggezza e coerenza, diceva che a un certo punto della vita si impara a tacere per non diventare strumento delle bugie altrui. La Segre, oggi, appare come una voce catturata da un sistema politico-mediatico che non vuole ammettere l’orrore di Gaza, un sistema che si nutre di figure simboliche per pulirsi la coscienza. Perché la sua posizione, per quanto forse mossa da prudenza linguistica, ha l’effetto di negare un riconoscimento alle vittime di oggi, proprio come tanti in passato negarono quelle di ieri.

Il dramma è che chi ha visto l’orrore dovrebbe riconoscerlo ovunque e sempre, non solo quando combacia con il racconto ufficiale. E invece ci ritroviamo davanti a una voce che, nel momento in cui potrebbe essere faro, diventa ombra. Se davvero non si vuole o non si può dire la verità intera, allora è meglio tacere. Perché un silenzio dignitoso è sempre preferibile a un discorso che copre l’odore del sangue con la retorica della prudenza.

Raimondo Schiavone 

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