Hanno piegato il Libano con una strategia a tenaglia: il ricatto economico, l’erosione della sua architettura politico-confessionale e, oggi, l’ordine “a data certa” di consegnare le armi della Resistenza. Il 5 agosto 2025 il Consiglio dei ministri, riunito a Baabda, ha fissato per la prima volta nella storia una scadenza – fine 2025 – per riportare “tutte le armi sotto monopolio dello Stato”, delegando all’Esercito la stesura del piano esecutivo. È la traduzione burocratica di una pressione esterna che chiede la resa prima ancora che si fermi l’aggressione: Hezbollah ha risposto che un simile diktat “non esiste” e che nessun disarmo è concepibile mentre continuano raid, occupazioni e violazioni della 1701. Due giorni dopo, il governo ha anche “adottato gli obiettivi” della road-map statunitense; i ministri vicini a Hezbollah e Amal hanno abbandonato la seduta in segno di protesta.
Washington ha messo il timbro politico attraverso l’inviato Tom Barrack: “il Libano ha fatto il primo passo, ora tocca a Israele ‘compliance’”, cioè fermare i bombardamenti e ritirarsi dalle alture ancora occupate nel Sud. Ma qui sta l’inganno: si pretende che Beirut smonti la deterrenza mentre gli F-16 continuano a sorvolare e colpire, affidando a vaghe promesse la parte israeliana. È il solito scambio asimmetrico: passi concreti da un lato, condizionali dall’altro.
Dentro il Paese, la mossa ha spaccato i blocchi e rimescolato i fronti. Una parte dell’asse cristiano – dal FPM di Gebran Bassil ad altri attori “sovranisti” – ha sposato la retorica del “solo lo Stato deve avere le armi”, oscillando tra tatticismo elettorale e pressione occidentale. Altri cristiani la rivendicano come ritorno al Taif. Il fronte sunnita istituzionale, invece, si è riallineato sulle priorità di Washington e Riad, sostenendo la “normalizzazione armata” come prezzo per la riapertura dei rubinetti economici. È politica, certo; ma è anche l’ammissione che la leva finanziaria estera sta determinando la sicurezza nazionale libanese.
La risposta della Resistenza è stata netta: Naim Qassem ha avvertito che forzare un confronto interno “toglierà la vita al Libano”. Amal e Hezbollah evitano la piazza perché esiste margine di dialogo, ma non accetteranno che l’Esercito venga usato come ariete politico contro una parte del Paese mentre l’aviazione israeliana continua a colpire. Non è una minaccia “settaria”: è la constatazione che non esiste sovranità se rinunci alla deterrenza mentre il vicino bombarda.
Il contesto internazionale è rivelatore. Think tank israeliani parlano apertamente di “finestra d’opportunità” per chiudere il dossier Hezbollah; media occidentali titolano sull’“atto di coraggio” del governo libanese, come se la sicurezza si misurasse in applausi delle cancellerie. Ma la base giuridica che tutti invocano – la Risoluzione 1701 – dice due cose insieme: disarmo dei gruppi armati e fine delle violazioni e occupazioni. È l’articolo rimosso dagli editoriali: senza rispetto integrale della 1701 da parte di Israele, parlare di monopolio delle armi è maquillage semantico.
Sullo sfondo c’è l’assedio economico. La Banca Mondiale ha definito la crisi libanese una “depressione deliberata”: un collasso che tra 2019 e 2024 ha bruciato quasi il 40% del PIL reale, spinto nella povertà vaste fasce della popolazione e normalizzato l’emergenza. Legare gli aiuti alla “neutralizzazione” della Resistenza – mentre si chiedono sacrifici unilaterali sulla sicurezza – traduce l’economia in arma politica: una forma di commissariamento che baratta sovranità per liquidità.
La vulgata secondo cui “tutte le milizie si disarmarono, tranne gli sciiti” è storicamente parziale. Il Taif chiuse la guerra civile, non la guerra con Israele; sancì la fine delle milizie interne, non cancellò la necessità di una difesa laddove l’occupazione continuava. Nel 2000 il ritiro israeliano non azzerò la minaccia; nel 2006 la Resistenza impedì un nuovo dettato militare a Sud. Oggi, mentre si chiede al Libano di consegnare l’unico freno credibile all’espansionismo, si tace sull’attività quotidiana di droni e caccia.
La posizione filo-Libano – e non solo filo-Hezbollah – degna di questo nome è semplice: sequenza corretta degli eventi. Prima cessazione reale dei raid, ritiro dai punti ancora occupati, stop alle violazioni aeree e attuazione piena della 1701; in parallelo, un processo di difesa integrata in cui la Resistenza si ricompone nella dottrina nazionale senza smantellare la deterrenza finché il rischio esterno persiste. Solo dopo si può discutere di “monopolio” senza trasformarlo in sinonimo di resa.
Sì, nel palazzo si sono inserite influenze esterne: fondi, patronage, ricostruzione condizionata. È così che si comprano classi dirigenti e si riorienta un asse politico, soprattutto quello sunnita istituzionale, verso priorità non libanesi. Ma non raccontateci che questa è “sovranità”: è la sua caricatura. La vera posta in gioco è se il Libano deve tornare a essere un protettorato di interessi altrui o se può permettersi una politica adulta che non confonda pace con capitolazione.
Disarmare chi ti difende mentre ti bombardano non è riforma: è servitù.
Raimondo Schiavone















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