Una durissima lettera aperta indirizzata alle massime autorità giudiziarie e parlamentari italiane è stata inviata nei giorni scorsi dalla Fondazione Habilian, che rappresenta le famiglie delle vittime del terrorismo in Iran. Il motivo: l’accoglienza riservata a Roma, lo scorso 30 luglio, al leader del controverso gruppo dei Mojahedin-e Khalq (MEK), organizzazione responsabile – secondo le autorità iraniane – dell’assassinio di oltre 23.000 civili nel Paese. L’invito ufficiale a parlare in Parlamento, corredato da una mostra e da incontri con politici italiani, ha suscitato la protesta formale delle vittime e delle loro famiglie, che accusano l’Italia di violare i propri stessi principi in materia di lotta al terrorismo.
Nel testo, rivolto al Consiglio Superiore della Magistratura, al Presidente della Corte Suprema di Cassazione, al Procuratore Generale della Repubblica e ai Presidenti di Senato e Camera, i firmatari denunciano “il sostegno esplicito e istituzionale a un’organizzazione che per anni è stata inclusa nelle liste nere di terrorismo di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea”. Ricordano come durante la guerra Iran-Iraq il MEK abbia combattuto al fianco di Saddam Hussein e come ancora oggi sia sotto processo in Iran per crimini di guerra e attentati contro civili. Il processo in corso a Teheran – sottolineano – vede la partecipazione attiva di molte famiglie delle vittime, che stanno presentando testimonianze dirette e documentate.
La lettera, redatta in toni severi ma giuridicamente articolati, fa appello alle norme del codice penale italiano, evidenziando come qualsiasi forma di sostegno – logistico, finanziario o propagandistico – a gruppi terroristici costituisca reato. E punta il dito contro quegli esponenti parlamentari che “per motivi poco chiari e discutibili” hanno invitato il MEK in Parlamento, consentendo loro di parlare pubblicamente, organizzare eventi e ricevere premi istituzionali. Atti che, secondo i firmatari, si configurano come una possibile violazione delle leggi italiane ed europee in materia di antiterrorismo.
“Il MEK – si legge nella missiva – continua a operare attraverso cellule attive denominate nuclei ribelli, incitando alla violenza armata. Il suo leader storico, Massoud Rajavi, è tuttora latitante e continua a promuovere la lotta armata contro lo Stato iraniano”. Viene anche ricordato come, sebbene l’UE abbia rimosso nel 2009 il MEK dalla sua lista di gruppi terroristici, questa decisione “non equivalga a una legittimazione politica o morale”, ma sia frutto di un pronunciamento giudiziario che non cancella i crimini del passato né l’attività illecita tuttora in corso.
Secondo i firmatari, la recente ospitalità concessa a Roma rappresenta un “doppio standard inaccettabile” nella lotta al terrorismo. “Non può esistere un terrorismo buono e uno cattivo. Non può esserci clemenza verso chi ha sulla coscienza migliaia di vittime civili”. E aggiungono: “Il sostegno offerto da alcuni politici italiani a un gruppo estremista come il MEK rischia di minare la sicurezza pubblica, la credibilità internazionale dell’Italia e il legame storico con il popolo iraniano”.
Non mancano richieste precise: un’indagine parlamentare sulle attività dei politici coinvolti, il divieto di ingresso per i membri del MEK, lo smantellamento delle associazioni di copertura presenti in Italia – 12 secondo quanto riferito – e soprattutto la possibilità per le famiglie delle vittime di essere ascoltate, di avere spazio e voce nei palazzi della democrazia italiana. “Chiediamo di poter raccontare le storie vere delle nostre famiglie distrutte dal terrorismo, negli stessi luoghi dove oggi si permette a un gruppo eversivo di diffondere la propria propaganda”, si legge.
La lettera è stata trasmessa anche all’Ambasciatrice d’Italia a Teheran, S.E. Amadei, a testimonianza della gravità con cui l’Iran sta interpretando l’accaduto. L’atto rappresenta non solo una richiesta di giustizia, ma anche un chiaro segnale politico. Il sostegno istituzionale al MEK, per Teheran, non è più tollerabile. E lo sdegno delle famiglie delle vittime rischia di diventare un caso diplomatico.
L’Italia, dal canto suo, dovrà chiarire se l’ospitalità concessa a un gruppo ancora oggi accusato di terrorismo internazionale sia frutto di ingenuità politica, di calcolo strategico o – come temono i firmatari della lettera – di una precisa scelta ideologica che contraddice i principi sanciti nelle convenzioni europee e nel proprio ordinamento.
Raimondo Schiavone















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