Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’era degli assassinii politici: quando la diplomazia viene sostituita dai droni

Siamo entrati silenziosamente in una nuova era delle relazioni internazionali. Non quella del dialogo multilaterale, non della diplomazia delle conferenze o del confronto tra civiltà. Ma quella degli “omicidi mirati”. L’epoca in cui per regolare i conti tra Stati non si siglano accordi, si lanciano missili. In cui l’eliminazione fisica del nemico sostituisce il negoziato, e tutto viene spacciato come "legittima difesa" o "esportazione della democrazia". Una barbarie tecnologica, tanto precisa quanto arbitraria, che ricorda da vicino le pagine più oscure della Guerra Fredda in America Latina, solo con strumenti nuovi e una narrazione più sofisticata.

Uno dei casi simbolo di questa strategia è l’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani, comandante delle forze Quds dei Pasdaran, ucciso il 3 gennaio 2020 da un drone statunitense a Baghdad. L’operazione è stata rivendicata da Donald Trump come “atto necessario” per prevenire attacchi contro cittadini americani. Ma in realtà, Soleimani non era un terrorista isolato, bensì una figura chiave della diplomazia di Teheran in Iraq, Siria e Libano. L’eliminazione ha avuto l’effetto di sabotare ogni possibile dialogo regionale, alimentando invece l’escalation militare. Un omicidio di Stato, eseguito su suolo straniero, senza processo né giustificazione davanti al diritto internazionale.

Altro caso emblematico: lo scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh, definito da Israele “il padre del programma nucleare iraniano”, assassinato nel novembre 2020 nei pressi di Teheran. Secondo il New York Times e fonti del Mossad, l’operazione sarebbe stata condotta da Tel Aviv con l’ausilio di armi telecomandate. Una vera esecuzione in stile cyborg, che non ha fatto altro che irrigidire la posizione dell’Iran nei negoziati nucleari, rendendo ancora più instabile un quadro già fragile.

Ma l’elenco si allunga. Il leader di Hamas Ahmed Yassin, disabile e cieco, fu eliminato da un missile israeliano a Gaza nel 2004. Poco dopo toccò al suo successore Abdel Aziz al-Rantisi. In Libano, decine di dirigenti di Hezbollah sono stati uccisi in operazioni mirate. In Siria, i raid israeliani contro alti ufficiali iraniani o sciiti sono quasi settimanali. Di recente, il 2 gennaio 2024, l'attacco all’ambasciata iraniana a Damasco ha ucciso il generale Razi Mousavi, stretto collaboratore del comandante della Forza Quds Esmail Qaani. Nessuna guerra dichiarata. Nessuna assunzione di responsabilità. Solo missili e funerali.

E ancora: Alexander Zakharchenko, leader della repubblica separatista del Donetsk, ucciso nel 2018 da un'esplosione nel centro città. Il Cremlino accusa l'Ucraina. Kiev nega. Ma il meccanismo è sempre lo stesso: il nemico non si convince, si elimina. Come nei casi sospetti dell’avvelenamento di Alexander Litvinenko o dell’attentato a Daria Dugina. Operazioni coperte, negate, rivendicate da “resistenze interne”, ma inserite in un clima da guerra globale a bassa intensità, dove ogni attore combatte in ombra.

La logica è chiara: si destabilizza un Paese, si elimina un leader, si manda un messaggio di forza. Tutto avviene all’interno di una narrazione occidentale che si regge su due pilastri: la guerra preventiva e la tutela della democrazia. Ma in realtà, ciò che vediamo è la morte dello Stato di diritto e della diplomazia. Perché non esiste alcuna democrazia che possa nascere dal telecomando di un drone.

Questa strategia ricorda in modo inquietante la lunga stagione degli “assassinii politici” in America Latina durante la Guerra Fredda. Basti pensare a Salvador Allende in Cile (1973), morto nel golpe organizzato con l’appoggio della CIA; o ai molti leader sindacali, intellettuali e politici eliminati nei decenni bui di Argentina, Brasile, Guatemala. La differenza è che allora gli Stati Uniti agivano con l’aiuto di generali locali. Oggi, premendo direttamente il grilletto.

Anche in Africa, nel caos del Sahel, si moltiplicano le uccisioni mirate contro capi miliziani o leader islamisti. Ma chi decide chi è un “terrorista”? Chi stabilisce quando è giusto colpire senza processo? La stessa logica – distorta – potrebbe un giorno essere applicata a oppositori politici ovunque nel mondo. Oggi tocca a Teheran o Gaza. Domani?

In questa nuova era non ci sono più “atti di guerra” ufficiali, ma un flusso costante di omicidi politici coperti, giustificati come atti tecnici. L’informazione – sempre più embedded – aiuta a rendere questi crimini invisibili o accettabili. Ma ogni colpo di drone è un colpo inferto al diritto internazionale. Ogni leader assassinato è una sconfitta della politica, una vittoria del cinismo.

Finché l’Occidente continuerà a usare il concetto di democrazia come giustificazione per uccidere, continueremo a scivolare verso un Medioevo digitale: in cui i droni sostituiscono i cavalli, ma la logica è la stessa del boia. E allora sì, potremo dire che la barbarie ha vinto.

Raimondo Schiavone 

Ti sei perso qualcosa?

Iscriviti al servizio di newsletter

SCARICA L'APP L'ORA DI DEMOLIRE sul tuo cellulare

INSTALLA
×
PWA Add to Home Icon

Seleziona questa icona in alto a destra PWA Add to Home Banner e poi scegli l'opzione AGGIUNGI alla SCHERMATA HOME

×