Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’EGOCENTRISMO DELLE ISTITUZIONI E LA PAURA DELLE IDEE

C'è una malattia silenziosa che percorre molte istituzioni sarde. Non è la scarsità di risorse, né la povertà di competenze: è qualcosa di più sottile, e per questo più insidioso. È l'egocentrismo istituzionale: la convinzione, quasi sempre inconfessata, che il valore di un'idea dipenda dal luogo in cui nasce e non dalla sua forza intrinseca. È l'illusione, comoda e diffusa, per cui chi gestisce un bilancio, occupa una poltrona o amministra una struttura finisce per sentirsi proprietario del futuro — come se la disponibilità di risorse fosse prova di intelligenza, come se il potere amministrativo coincidesse, per definizione, con la capacità di immaginare.
La storia dice esattamente il contrario.
Le grandi rivoluzioni culturali, scientifiche, sociali non sono quasi mai nate nei palazzi del conformismo: sono germogliate nelle periferie del pensiero, là dove qualcuno ha accettato di essere considerato folle prima di essere riconosciuto geniale. Galileo non era il conformismo. Einstein non era il conformismo. Steve Jobs non era il conformismo. Erano uomini che vedevano ciò che le istituzioni del loro tempo non erano ancora in grado di vedere — e che per questo, da quelle istituzioni, furono prima ignorati o derisi.
Le idee autentiche non nascono nei regolamenti. Non si producono con una delibera, non si sviluppano per decreto. Sono, nella loro essenza, un atto di insubordinazione intellettuale: il frutto della libertà e, spesso, dell'insofferenza verso ciò che già esiste e pretende di bastare a sé stesso.
Eppure in Sardegna prospera ancora una cultura amministrativa che confonde sistematicamente il controllo con la visione — che misura il valore delle persone sulla loro vicinanza ai centri di potere, e che considera innovativo solo ciò che è autorizzato, sospetto tutto ciò che nasce spontaneo. Il risultato è un meccanismo rovesciato, in cui il conformismo viene premiato e la genialità tollerata soltanto quando è già diventata impossibile da ignorare — quando, cioè, il merito di scoprirla non spetta più a chi avrebbe dovuto riconoscerla per primo.
Molti amministratori sembrano convinti che le idee debbano chiedere il permesso di esistere. La storia insegna l'esatto contrario: le idee precedono le istituzioni, le superano, talvolta le travolgono. Non le aspettano.
Le istituzioni migliori sono quelle che accettano questo limite e scelgono di essere strumenti, non protagoniste: mettono a disposizione spazi, opportunità, risorse, senza pretendere di diventare proprietarie dell'intelligenza collettiva che dovrebbero solo servire. Le peggiori sviluppano invece una forma di narcisismo burocratico, convinte che nulla possa accadere senza il loro sigillo. Guardano con sospetto chi produce innovazione fuori dai circuiti autorizzati, e mentre difendono il proprio prestigio, soffocano proprio ciò che dovrebbe garantire il futuro della comunità che dicono di rappresentare.
La genialità non si pianifica. Non si appalta. Non si compra. Non si controlla.
Emerge dove esiste libertà di pensiero, dove qualcuno può permettersi di sbagliare, dove c'è il coraggio di percorrere sentieri che nessun algoritmo amministrativo avrebbe mai approvato — perché gli algoritmi amministrativi, per natura, approvano solo ciò che già conoscono.
Per questo le società più vive non sono quelle che possiedono più risorse, ma quelle che rispettano di più chi produce idee. Le risorse costruiscono edifici. Le idee costruiscono civiltà. E quando un'istituzione dimentica questa verità elementare, comincia a trasformarsi, lentamente e quasi senza accorgersene, da motore dello sviluppo a monumento della propria autoreferenzialità — un monumento spesso costoso, talvolta persino elegante, ma destinato comunque a essere superato da qualcuno che, in una stanza qualsiasi, senza incarichi e senza privilegi, ha semplicemente avuto un'idea migliore.
Raimondo Schiavone

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