Ci avevano raccontato il miracolo. La rivoluzione economica. L’evento destinato a cambiare per sempre il destino della Sardegna. Una sorta di consacrazione internazionale di Cagliari, trasformata improvvisamente nella Montecarlo del Mediterraneo grazie all’America’s Cup, agli yacht, alle conferenze, ai rendering scintillanti e a quella macchina propagandistica ormai diventata permanente.
Poi però, come sempre accade quando la propaganda incontra la realtà, iniziano a emergere le crepe. E le crepe non stanno nei comunicati stampa o nei video emozionali prodotti con soldi pubblici. Stanno nei numeri, nei fatti e soprattutto nelle cose che si raccontano sottovoce mentre sui palchi si continua a celebrare il “successo storico”.
Perché nel frattempo succede che vengano acquistate camere “vuoto per pieno” con soldi della Regione Sardegna. Camere pagate comunque, indipendentemente dal fatto che gli ospiti arrivino oppure no. E molti, semplicemente, non arrivano. Così le camere restano vuote, gli alberghi vengono pagati lo stesso e i soldi pubblici continuano a uscire. Sempre e comunque dalle tasche dei sardi.
Ed è qui che la questione smette di essere politica e diventa qualcosa di molto più serio. Perché una cosa è investire risorse pubbliche per un evento internazionale. Un’altra è trasformare tutto in una gigantesca operazione di immagine dove nessuno sembra più preoccuparsi del rapporto tra costi reali e benefici concreti.
La Procura dovrebbe indagare su come si spendono i soldi della Regione. Dovrebbe capire con quali criteri siano stati autorizzati certi accordi, quanti soldi siano stati impegnati realmente, quante camere siano rimaste vuote, quali siano stati i ritorni economici concreti e perché si continui a raccontare una narrazione trionfale davanti a risultati che appaiono molto più modesti della propaganda costruita in questi mesi.
Nel frattempo continua lo spettacolo della comunicazione istituzionale trasformata in campagna permanente. Tabelloni, interviste, video celebrativi e loghi della Regione Sardegna infilati ovunque senza nemmeno rispettare le norme sulla comunicazione regionale. Ormai il confine tra informazione istituzionale e propaganda personale sembra completamente cancellato. Si usa il marchio della Regione come fosse il brand di una convention politica o di un’operazione pubblicitaria privata.
E poi ci sono le presentazioni ufficiali, quelle che dovrebbero rappresentare il grande entusiasmo collettivo attorno all’evento. Sale piene, certo. Ma piene soprattutto di politici, di cortigiani e di lecca culo di destra e di sinistra che applaudono sempre, annuiscono sempre e soprattutto non hanno il coraggio di parlare davvero. Nessuno che osi porre una domanda scomoda. Nessuno che abbia il coraggio di chiedere se i numeri giustifichino davvero tutta questa retorica. Nessuno che dica apertamente che il rischio è quello di trovarsi davanti all’ennesima grande operazione costruita più per alimentare consenso politico e visibilità personale che per produrre sviluppo strutturale per la Sardegna.
Perché il problema vero non è l’evento in sé. Nessuno mette in discussione l’importanza di manifestazioni internazionali o il valore di una vetrina mondiale. Il problema nasce quando si costruisce una gigantesca bolla propagandistica scollegata dalla realtà economica, quando si confonde l’effetto scenico con la crescita reale e quando si usano soldi pubblici come se fossero strumenti per alimentare una narrazione politica anziché investimenti da valutare con rigore.
Alla fine resta sempre la stessa sensazione: privatizzare la visibilità e socializzare i costi. I sorrisi, le fotografie, le interviste e la gloria mediatica sono per pochi. Le spese, invece, sono per tutti i sardi.
E prima o poi qualcuno dovrà spiegare perché si continuano a pagare camere vuote mentre si raccontano folle oceaniche inesistenti. Perché i rendering fanno scena, le conferenze producono applausi e i video emozionali funzionano bene sui social, ma i numeri veri hanno un difetto terribile: non partecipano alla propaganda.
E soprattutto non mentono.
Raimondo Schiavone















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