C'è un problema di cui nessuno parla. O forse sì — il che, in fondo, non cambia granché.
L'intelligenza artificiale sta producendo un effetto collaterale di rara perfidia: non riusciamo più a riconoscere i coglioni.
Un tempo era semplice. Bastava la durata di una riunione, la lettura di una delibera in burocratese o cinque minuti di conversazione con chi aveva evidentemente smesso di aggiornarsi intorno al 1987. Il verdetto emergeva spontaneo, quasi fisiologico. Oggi no. Oggi il dubbio ci assale con tutta la sua malevola democrazia: *"È davvero così incapace, oppure gli ha scritto tutto un algoritmo?"*
Ed ecco che il coglione accede a una nuova dimensione evolutiva. Non migliora. Semplicemente viene *assistito*. La differenza è sostanziale, sebbene le apparenze tendano a colludere nell'occultarla.
Il fenomeno si manifesta con geometrica puntualità in ogni ambito della vita pubblica. Negli enti istituzionali, dove relazioni di improvvisa eleganza sintattica vengono lette da funzionari che, fino alla settimana precedente, faticavano a costruire una proposizione relativa. Nelle aziende private, dove taluni confondono con sconcertante disinvoltura la capacità di interrogare una macchina con quella — ben più ardua — di dirigere un'impresa. Nella politica, dove discorsi ineccepibili nella forma vengono pronunciati da chi continua a prendere decisioni splendidamente errate. E persino nel giornalismo, dove articoli formalmente sorvegliati riescono a dire il nulla con una precisione quasi virtuosistica.
Il rischio, tuttavia, non è il coglione in sé. Quella specie è sempre esistita e, con ogni probabilità, continuerà a costituire una risorsa inesauribile — e, per certi versi, beneamata — dell'umanità.
Il problema è un altro, e più sottile.
Stiamo smettendo di esercitare il pensiero.
L'elaborazione intellettuale è un muscolo. Se non viene sollecitato, si atrofizza con la silenziosa determinazione di ogni facoltà negletta. Se ogni idea nasce già confezionata, ogni ragionamento già distillato, ogni testo già composto e ogni sintesi già apparecchiata, l'intelligenza artificiale non sostituisce soltanto il lavoro: sostituisce l'allenamento della mente. E questa, a differenza di un compito non svolto, è una perdita che non lascia tracce visibili.
Ed è qui che risiede la questione etica vera.
L'IA è uno strumento di straordinaria potenza. Rinnegarlo sarebbe non soltanto ingenuo, ma intellettualmente disonesto — come sarebbe stato assurdo ripudiare la stampa a caratteri mobili, la macchina da scrivere o Internet. Il progresso non si combatte: si governa, si orienta, si interroga.
Ma uno strumento deve amplificare l'intelligenza umana, non dispensarla dal faticare.
La distinzione è di portata tutt'altro che trascurabile.
Usare l'intelligenza artificiale per affinare un'idea significa valorizzare la propria professionalità. Usarla per evitare di averne una significa certificare la propria mediocrità con una grammatica impeccabile — il che costituisce, se non altro, una forma inedita di eleganza nella resa.
Il valore continuerà a risiedere nell'ingegno, non nel *prompt*.
Perché una macchina può orchestrare concetti con encomiabile efficienza, ma non può sostituire l'intuizione maturata nell'esperienza, la cultura sedimentata nel tempo, il coraggio di sostenere una tesi scomoda o la responsabilità morale di ciò che si sceglie di scrivere — e di firmare.
Forse, tra qualche anno, non distingueremo più chi pensa da chi delega il pensiero con disinvoltura crescente.
Ed è questo il vero pericolo.
Non che i coglioni diventino acuti.
Ma che gli acuti cessino, per comodità acquisita, di esserlo.
Raimondo Schiavone














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