Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’aggressore a giorni alterni: manuale europeo per indignarsi senza farsi male

C’è stato un tempo – non lontano, anzi recentissimo – in cui l’Europa aveva finalmente trovato una bussola morale. Una parola magica, ripetuta come un mantra nei talk show, nei documenti ufficiali, nei tweet dei ministri: aggressione.
Chi aggredisce è il male assoluto. Chi è aggredito va difeso. Sempre. Senza se e senza ma. Fine della storia.
Funzionava benissimo con la Russia e l’Ucraina. La narrazione era semplice, lineare, quasi rassicurante: Russia aggressore, Ucraina aggredita, Volodymyr Zelensky trasformato in un’icona pop.
Risultato? Miliardi di euro, armi, sanzioni a raffica – ventidue pacchetti, come le stagioni di una serie TV di successo – e una fede incrollabile nella “difesa dei valori europei”.
Poi però è arrivato Gaza.
E lì la bussola ha iniziato a girare su se stessa come una trottola impazzita.
L’aggressione improvvisamente ha smesso di essere una categoria giuridica universale ed è diventata un concetto elastico. Il motivo? Il 7 ottobre e la presenza di Hamas, diventata nella narrazione europea la giustificazione assoluta.
Da quel momento in poi tutto è stato spiegabile, comprensibile, contestualizzabile: bombardamenti, vittime civili, distruzione sistematica. Non più aggressione, ma “reazione”. Non più diritto internazionale, ma “diritto alla difesa”.
La parola magica non è più aggressione, è Hamas. Una formula che assolve tutto ciò che viene dopo.
E ora eccoci al terzo atto della commedia: il Venezuela.
Gli Stati Uniti attaccano, intervengono, decidono chi deve governare e chi no. Petrolio sullo sfondo, ovviamente, ma quello – ci dicono – è solo un dettaglio.
Qui la novella dell’“aggressore” viene ufficialmente abolita. Non sospesa. Abolita. Cancellata. Come se non fosse mai esistita.
E allora sorgono domande ingenue, quasi infantili, ma irresistibili:
Applichiamo le stesse sanzioni agli USA?
Partono i 22 pacchetti contro Washington?
Congeliamo i beni americani, blocchiamo Visa e Mastercard, vietiamo Netflix e Coca-Cola?
Convocazioni urgenti all’ONU con toni indignati e bandierine arcobaleno?
Ovviamente no.
Perché l’aggressione, si sa, non è un fatto: è un’opinione. Dipende da chi colpisce e da chi viene colpito.
L’Europa, e con lei l’Italia, riesce così nell’impresa titanica di essere inermi con i forti e inflessibili con i deboli, moralisti con i nemici e comprensivi con gli amici. Una ginnastica etica notevole, che richiede anni di allenamento e una discreta dose di faccia tosta.
Abbiamo speso miliardi per difendere Zelensky, trasformando la guerra in Ucraina in una religione civile. Ora, davanti al Venezuela, scopriamo improvvisamente che:
le sanzioni fanno male,
la diplomazia è meglio,
la pace è complicata,
il mondo non è bianco e nero.
Curioso: lo diventa sempre dopo, mai prima.
Morale della favola?
L’“aggressione” non è più un principio. È un interruttore.
Si accende con la Russia, si attenua con Hamas, si spegne di colpo con gli Stati Uniti.
E l’Europa resta lì, convinta di essere un faro morale, mentre cambia lampadina a seconda di chi paga la bolletta.
Raimondo Schiavone 

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