Blog di Raimondo Schiavone e amici

L’accordo che Israele non può permettersi: la guerra sotto traccia comincia ora

Mentre Washington e Teheran si preparano a firmare un memorandum d'intesa che prevede una tregua di sessanta giorni, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l'avvio di negoziati sul programma nucleare iraniano, una domanda attraversa le cancellerie e gli analisti di mezzo mondo: chi paga il conto di questo accordo? La risposta, scomoda ma sempre più evidente, è una sola: Israele.
Per la prima volta da decenni, Tel Aviv si trova nella posizione di sconfitto politico di un conflitto che ha visto il suo apparato militare colpire duramente l'Iran, ma senza ottenere l'obiettivo strategico che inseguiva da vent'anni: il cambio di regime a Teheran o, in alternativa, un coinvolgimento diretto e prolungato degli Stati Uniti in una guerra totale contro la Repubblica Islamica. Trump ha avvertito Netanyahu che rischia di rimanere solo contro Teheran, segnale di un'amministrazione americana che, dopo aver fornito copertura militare e diplomatica, ora ha fretta di chiudere il dossier e tornare ai propri equilibri interni ed elettorali.
**Il paradosso della "dottrina Netanyahu"**
Gli analisti più lucidi lo hanno scritto senza giri di parole: la strategia israeliana di pressione massima, sabotaggi e decapitazioni della leadership nemica ha funzionato tatticamente per anni, ma ha prodotto l'esatto contrario dell'effetto strategico desiderato. Le operazioni di sabotaggio hanno rallentato il programma nucleare e degradato le capacità di Hezbollah, ma hanno fallito nel momento decisivo, accelerando la radicalizzazione interna iraniana . La successione alla guida suprema, con un profilo ritenuto dagli osservatori ben più intransigente del predecessore, è la prova plastica che il "regime change dal basso" inseguito da Netanyahu si è capovolto in un rafforzamento dell'ala più dura dei Pasdaran.
In questo scenario, un accordo USA-Iran che normalizza i rapporti commerciali (Hormuz riaperto senza pedaggi), libera asset finanziari iraniani congelati e apre un canale negoziale di sessanta giorni sul nucleare rappresenta, per Tel Aviv, una sconfitta strategica camuffata da pausa tattica. Israele si trova improvvisamente privato della cornice di "guerra permanente" che ha legittimato, agli occhi dell'opinione pubblica interna e internazionale, ogni sua azione degli ultimi mesi.
**Il Libano come valvola di sfogo — e come arma**
Non è un caso che, nelle stesse ore in cui la diplomazia annunciava la svolta, Beirut sia stata colpita da un'ondata di raid che ha provocato secondo le prime stime 254 morti e 720 feriti, con oltre cento obiettivi colpiti in pochi minuti tra la capitale, il sud del Libano e la valle della Bekaa . Il governo libanese ha parlato apertamente di una "svolta molto pericolosa", accusando Israele di aver colpito aree civili proprio mentre erano in corso i tentativi di chiudere l'intesa.
Il punto politico è cristallino: Israele e Stati Uniti vogliono scorporare il fronte libanese dal resto dell'accordo, mentre per l'Iran il Libano è parte integrante dello scenario di crisi e la fine delle ostilità lì è condizione imprescindibile. Tel Aviv ha già fatto sapere, attraverso il ministro della Difesa Katz, che non arretrerà dal "paese dei cedri" nonostante qualsiasi intesa raggiunta a livello USA-Iran. Questo significa una cosa sola: il Libano diventa il terreno su cui Israele può continuare la guerra per procura senza formalmente violare l'accordo con Washington — e, soprattutto, può usarlo come innesco per fare saltare l'intera architettura negoziale.
La sequenza è già visibile: il capo negoziatore iraniano Ghalibaf ha messo pubblicamente in discussione l'accordo dopo l'attacco israeliano contro Dahiyeh, accusando gli Stati Uniti di non avere "la volontà o la capacità" di mantenere gli impegni presi. Ogni raid su Beirut, da qui in avanti, non è solo un'azione militare contro Hezbollah: è un test di tenuta del memorandum, calibrato per spingere Teheran a sfilarsi dal tavolo o, quantomeno, a inasprire la propria posizione nei sessanta giorni di negoziato sul nucleare.
**Cosa aspettarsi: il manuale operativo del Mossad**
La storia recente offre un campionario ampio degli strumenti a disposizione dell'intelligence israeliana per minare un processo diplomatico che non condivide. Non si tratta di ipotesi fantasiose: l'operazione "Bloody Wedding" — costruita in decenni attraverso una rete di agenti infiltrati in Iran, comprendente sabotaggi agli impianti di arricchimento e l'assassinio di scienziati nucleari — è stata documentata dal Wall Street Journal sulla base di conversazioni con diciotto funzionari della sicurezza israeliani e statunitensi. È il modello operativo di riferimento: azioni sotto traccia, negabili, capaci di produrre un'escalation che costringa l'avversario a reagire e che renda impossibile, agli occhi dell'opinione pubblica occidentale, distinguere tra provocazione e risposta.
A questo si aggiunge un precedente ancora più inquietante e meno noto al grande pubblico: secondo fonti di intelligence riportate da media iraniani, Israele avrebbe pianificato un'operazione false flag sul suolo statunitense — un'esplosione da attribuire all'Iran, con l'obiettivo dichiarato di manipolare l'opinione pubblica americana e spingere Washington verso l'azione militare contro Teheran. Indipendentemente dal grado di verificabilità di questa specifica informazione — che va trattata con la cautela che merita ogni fonte non confermata da terze parti indipendenti — il fatto che una simile ipotesi venga messa in circolazione, e che corrisponda esattamente al modus operandi storico documentato (cercapersone esplosivi, sabotaggi attribuiti ad "azioni congiunte Mossad-Shin Bet"), dovrebbe far riflettere chiunque osservi gli sviluppi dei prossimi sessanta giorni con un minimo di onestà analitica.
**I sessanta giorni più pericolosi**
Il copione, a questo punto, è leggibile. Se l'accordo verrà formalmente firmato — e Trump continua a ripeterlo come un mantra, anche contro lo scetticismo dei suoi stessi negoziatori — il periodo di sessanta giorni previsto per definire i dettagli sul nucleare e sulle sanzioni diventa la finestra critica. È in quella finestra che Israele, privato della cornice bellica che gli ha garantito mano libera, avrà l'interesse strategico massimo a produrre eventi che possano essere attribuiti — con più o meno credibilità — a Teheran o a Hezbollah: attentati, sabotaggi, "incidenti" lungo Hormuz, attacchi a infrastrutture energetiche o a obiettivi occidentali che riportino la narrazione al punto di partenza, quello in cui l'Iran è il provocatore e ogni risposta militare israeliana torna legittima per definizione.
Non si tratta di previsioni gratuite, ma della logica elementare di chi, perso il terreno sul tavolo diplomatico, può ancora vincere sul terreno dell'azione coperta. La domanda che la stampa internazionale dovrebbe porsi nei prossimi giorni non è "l'Iran rispetterà l'accordo?", ma piuttosto: chi ha interesse a far apparire che non lo rispetti?
Raimondo Schiavone 

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