Nel mezzo di un tempo confuso, in cui l’Europa appare spesso timorosa, esitante e incapace di parlare con una voce propria, la posizione assunta dal premier spagnolo Pedro Sánchez sulla guerra che sta incendiando il Medio Oriente – e in particolare sul conflitto che coinvolge l’Iran – rappresenta qualcosa di raro: un gesto politico di autonomia.
Non è necessario condividere ogni parola o ogni posizione per riconoscere un fatto politico evidente. Sánchez ha scelto di parlare con una certa indipendenza, senza allinearsi automaticamente alla linea dominante imposta da Washington o accettata senza troppe domande da gran parte dell’Europa guidata dalla Commissione di Ursula von der Leyen.
È un gesto che ricorda, in fondo, qualcosa che appartiene alla storia profonda della Spagna. Un paese che, nei secoli, ha conosciuto momenti di straordinaria grandezza politica e culturale. La Spagna è stata impero globale quando le caravelle attraversavano gli oceani e Madrid governava territori dal Messico alle Filippine. È la Spagna dei sovrani Isabella I of Castile e Ferdinand II d'Aragon, che unirono il regno e aprirono la strada all’epoca delle grandi esplorazioni, ma è anche la Spagna dei grandi pensatori e degli artisti universali: da Miguel de Cervantes, padre della modernità letteraria con il suo Don Chisciotte, fino alla potenza pittorica di Francisco Goya.
La Spagna ha attraversato imperi, decadenze, guerre civili e dittature, ma ha conservato una qualità politica che ogni tanto riemerge: la capacità di affermare una propria linea.
E qui la domanda diventa inevitabile per noi italiani.
Perché se c’è un paese che dovrebbe ricordare cosa significa essere centro del mondo, quello siamo noi.
Prima della Spagna imperiale, prima delle monarchie europee moderne, esisteva l’Impero Romano. Esisteva Roma antica, la città che per secoli è stata il cuore politico, giuridico e culturale del pianeta mediterraneo. Da lì partivano le leggi, le strade, gli eserciti, ma anche l’idea stessa di civiltà politica.
Roma non era soltanto potenza militare. Era un sistema di governo, una visione del diritto e della politica. Era la Roma di Giulio Cesare, capace di cambiare il corso della storia, di Augusto che costruì un ordine imperiale durato secoli, e degli imperatori filosofi come Marco Aurelio, che scriveva riflessioni sulla responsabilità del potere mentre governava il mondo.
Noi siamo eredi di quella civiltà. Ma troppo spesso sembriamo averlo dimenticato.
L’Europa contemporanea vive una stagione di straordinaria debolezza politica. Le grandi decisioni geopolitiche sembrano essere prese altrove. Le crisi – dall’Ucraina al Medio Oriente – vengono gestite più con riflessi di allineamento che con una vera visione strategica europea.
In questo contesto la posizione della Spagna suona quasi come un richiamo. Non necessariamente una verità assoluta, ma almeno un segnale: l’idea che un paese europeo possa ancora parlare con una propria voce.
È paradossale che oggi a ricordarci cosa significhi autonomia politica sia Madrid e non Roma.
Perché l’Italia non è un paese qualsiasi. È il luogo dove è nata la grammatica stessa del potere occidentale. Il diritto romano, la diplomazia, la costruzione dello Stato sono nati qui. Eppure oggi sembriamo muoverci spesso come una provincia politica, più attenta a non disturbare gli equilibri che a difendere una linea autonoma.
La questione non riguarda essere filoiraniani, filoamericani o filoisraeliani. La questione riguarda essere europei, e prima ancora essere nazioni con una dignità politica.
La Spagna, in questo momento, ha mostrato una cosa semplice ma rara: la schiena dritta.
All’Europa resta una scelta. Continuare a seguire automaticamente le direttive di una burocrazia politica distante dai popoli, oppure recuperare quella tradizione di autonomia e responsabilità che ha costruito la sua grandezza.
Noi italiani, se solo lo volessimo ricordare, abbiamo avuto Roma.
E quando Roma parlava, il mondo ascoltava.
Raimondo Schiavone















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