Blog di Raimondo Schiavone e amici

LA PENA DI MORTE SELETTIVA E IL SILENZIO COMPLICE

C’è un momento preciso in cui una democrazia smette di essere tale. Non è quando si difende. Non è quando combatte. È quando decide che la legge non è più uguale per tutti. Quando introduce, anche solo nel dibattito politico o nelle pratiche operative, l’idea che esista un popolo per cui i diritti valgono meno. O non valgono affatto.
È esattamente lì che siamo arrivati.
In Israele, dentro un clima politico sempre più radicalizzato, si affacciano proposte e atteggiamenti che evocano scenari che l’Europa conosce fin troppo bene. L’idea di una pena di morte “di fatto” o esplicitamente invocata, applicata in modo selettivo ai palestinesi, non è solo una deriva giuridica: è una frattura morale. Una linea rossa superata.
E mentre questo accade, c’è chi festeggia.
Non metaforicamente. Politicamente.
Figure come Itamar Ben-Gvir incarnano una visione che fino a pochi anni fa sarebbe stata considerata marginale, estrema, irricevibile. Oggi, invece, siede nei palazzi del potere. E da lì legittima un linguaggio e una cultura che non si limitano a essere duri: sono apertamente disumanizzanti.
Quando un ministro esulta per la repressione, quando il dolore dell’altro diventa occasione di consenso interno, quando la giustizia si trasforma in vendetta etnica, non siamo più nella sicurezza nazionale. Siamo in un’altra dimensione. Una dimensione che la storia ha già visto.
E la storia, quando torna, non lo fa mai in forma innocua.
Il Novecento europeo ci ha insegnato cosa significa costruire un sistema giuridico differenziato per appartenenza etnica o religiosa. Le leggi razziali non nacquero come camere a gas. Nacquero come norme. Come eccezioni. Come “misure necessarie”.
Oggi il linguaggio è diverso, i contesti sono diversi, ma il meccanismo è pericolosamente simile: si crea una categoria di persone per cui la legge è più dura, più veloce, più definitiva. Fino all’irreversibile.
La pena di morte, anche solo evocata in questo contesto, non è una questione penale. È un segnale politico. È il messaggio che esistono vite sacrificabili.
E il mondo?
Il mondo osserva. Balbetta. Commenta. Si indigna a intermittenza.
L’Europa, che dovrebbe avere nella memoria storica il suo anticorpo più forte, si limita a dichiarazioni prudenti. Gli Stati Uniti oscillano tra sostegno incondizionato e timide correzioni retoriche. I grandi media, spesso, raccontano senza scavare davvero nelle implicazioni profonde.
Ma qui non si tratta di geopolitica. Non si tratta di schieramenti.
Si tratta di un principio elementare: o la giustizia è universale, o non è giustizia.
Se accettiamo che uno Stato possa applicare – formalmente o sostanzialmente – una pena estrema in base all’identità del soggetto, allora abbiamo già perso il terreno su cui si regge ogni sistema democratico.
E chi oggi festeggia, domani dovrà spiegare.
Non alla politica.
Alla storia.
Raimondo Schiavone 

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