Blog di Raimondo Schiavone e amici

La paura che non si canta sul palco

Ci sono momenti nella vita pubblica in cui le parole pronunciate su un palco tornano indietro come un boomerang. Non per vendetta, ma per semplice legge di realtà. La realtà dei fatti, quella che spesso nei grandi eventi televisivi viene trasformata in spettacolo, slogan, posture morali.
Ed ora, cara Big Mama, tocca anche a te fare i conti con quella realtà.
Sul palco del Festival di Sanremo hai scelto di liquidare con sufficienza – quando non con aperta ostilità – la compassione verso il popolo palestinese. Non una posizione neutra, non una riflessione complessa su un conflitto drammatico e antico. No. Una presa di posizione netta, dentro quella narrazione dominante che oggi in molti ambienti culturali e mediatici occidentali sembra quasi obbligatoria: Israele sempre nel giusto, chi parla dei palestinesi sempre sospetto.
È una posizione che molti artisti, opinionisti e influencer hanno assunto negli ultimi anni. Spesso senza studiare la storia, senza leggere i dati, senza ascoltare le testimonianze di chi vive realmente sotto le bombe.
La storia però esiste, ed è testarda.
Dal 2008 ad oggi, secondo i dati delle Nazioni Unite e di diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, nei conflitti tra Israele e Gaza sono morti migliaia di civili palestinesi. Tra questi un numero altissimo di bambini. Le operazioni militari come Cast Lead (2008-2009), Protective Edge (2014) e le offensive successive hanno devastato interi quartieri, scuole, ospedali e infrastrutture civili.
A Gaza oltre due milioni di persone vivono da anni in una condizione che molti osservatori internazionali definiscono senza mezzi termini: un assedio permanente.
Un luogo dove la paura non dura qualche ora. Non dura una notte. Non dura il tempo di qualche drone che passa nel cielo.
Dura una vita intera.
Ed ecco che improvvisamente la paura entra anche nel mondo protetto delle star, degli eventi televisivi, dei festival musicali. Droni che sorvolano città considerate sicure, tensioni che arrivano fin dentro gli spazi del comfort occidentale. E allora arriva l’appello: salvateci, proteggeteci, fermate tutto.
È umano avere paura. Non c’è nulla di vergognoso nel provarla.
Ma la paura, quando la si vive sulla propria pelle, dovrebbe almeno insegnare qualcosa: la misura delle parole, la responsabilità di ciò che si dice quando si ha un microfono davanti e milioni di persone che ascoltano.
Perché mentre sul palco di Sanremo si cantano canzoni e si fanno dichiarazioni politiche spesso superficiali, a Gaza i bambini non possono spegnere la televisione e cambiare canale.
Loro i droni li sentono davvero.
Ogni giorno.
Non hanno un palco da cui parlare. Non hanno uffici stampa, non hanno festival, non hanno platee che applaudono. Hanno solo la paura, quella vera.
Ecco perché certe parole pronunciate con leggerezza pesano. Pesano molto.
Se questa esperienza di paura – breve, passeggera, probabilmente già finita – servirà almeno a capire cosa significa vivere sotto un cielo pieno di droni, allora forse qualcosa di utile sarà accaduto.
Tornerai sana e salva. Non c’è dubbio.
Ma forse, nel silenzio che segue il rumore dei rotori, potrai anche riflettere su una cosa molto semplice: la compassione non è un gesto politico, è una condizione umana.
E negarla agli altri, prima o poi, presenta il conto.
Raimondo Schiavone 

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