Il Medio Oriente vive un'ennesima, drammatica mutazione. Quella che un tempo era la mappa della Resistenza si sta trasformando in un mosaico di complicità, tradimenti e occupazioni mascherate da accordi diplomatici. La Siria, devastata da oltre un decennio di guerra, si ritrova oggi non solo decapitata politicamente, ma infestata da un nuovo tipo di nemico: il collaborazionista.
Abu Mohammad al-Jolani, leader di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), ex braccio siriano di Al-Qaeda, è ormai sempre meno un jihadista radicale e sempre più un burattino ben pettinato e presentabile del fronte occidentale-israeliano. L'uomo che fino a pochi anni fa minacciava Tel Aviv dai monti siriani, oggi si muove in abiti civili, stringe mani ad ambasciatori e partecipa a colloqui con funzionari israeliani nelle stanze ovattate di Baku. La Siria che resisteva all’imperialismo oggi rischia di diventare un protettorato sionista, grazie a figure come lui.
Fonti diplomatiche confermano un incontro fra rappresentanti siriani e israeliani in Azerbaigian, a margine della visita ufficiale del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, succeduto a Bashar al-Assad dopo il suo rovesciamento nel dicembre scorso. Ufficialmente, Sharaa non ha partecipato al colloquio, ma l’ombra del nuovo potere siriano — timoroso, addomesticato, anestetizzato — aleggia su ogni passo di questa strana "normalizzazione".
L’obiettivo? Coordinare azioni congiunte per impedire che l’Iran, grande sconfitto della nuova Siria filo-occidentale, riconquisti spazio politico e militare nell’area. Ma l’attenzione principale si concentra sul Libano, prossimo boccone del regime sionista, con la complicità silenziosa di Washington e il plauso di Tel Aviv.
L’inviato statunitense Tom Barak ha dichiarato senza mezzi termini che se Hezbollah non depone le armi, il Libano rischia di essere inglobato da una Siria post-Assad. È una minaccia velata che maschera un ricatto strategico: o il Libano si sottomette, oppure sarà “riassorbito” sotto un controllo regionale concertato tra Israele, USA e i nuovi padroni di Damasco.
Ma la risposta libanese non si è fatta attendere. L’analista Khalil Nasrallah, voce autorevole della Resistenza, ha definito "fantasiosa" l’ipotesi di una Siria egemone sul Libano, denunciando il silenzio complice di chi ha fatto della "sovranità nazionale" uno slogan vuoto. Il Libano, dice Nasrallah, resisterà non grazie a trattati o garanzie occidentali, ma per il sacrificio del suo popolo, per l'esistenza stessa di Hezbollah e del fronte della Resistenza.
E qui sta il paradosso più grottesco: mentre Washington dipinge Ahmed al-Sharaa come il George Washington arabo, celebrandone la “lotta per la libertà” dopo anni di guerra, gli stessi Stati Uniti benedicono ogni accordo che consegna pezzi della Siria e del Libano all’egemonia israeliana. È la riscrittura della storia a tavolino, dove i dittatori diventano liberatori, e i resistenti vengono demonizzati come terroristi.
Il piano è chiaro: smantellare ciò che resta dell’Asse della Resistenza. Dopo la Siria, il Libano. Poi sarà il turno dell’Iraq, già destabilizzato da un decennio di interferenze occidentali. In questa mappa tracciata col sangue e col cinismo, al-Jolani è solo una pedina utile: legittimato dai media occidentali, sdoganato da think tank americani, e ora promosso sul campo come interlocutore credibile.
Che il lupo abbia messo la cravatta, però, non cambia la sua natura. I popoli della regione lo sanno, lo ricordano. E lo combatteranno, con o senza il consenso della “comunità internazionale”. Perché quando l’ultimo scudo cadrà, quando anche il Libano sarà sotto assedio, allora sarà troppo tardi per accorgersi che, ancora una volta, la Storia ha cambiato volto nel silenzio dei complici.















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