C’è un problema serio nel dibattito pubblico occidentale sul Medio Oriente: la memoria corta. Cortissima. Talmente corta che basta qualche anno per cancellare dichiarazioni pesantissime fatte in televisione e ricominciare da capo come se nulla fosse accaduto.
Il caso di Rula Jebreal è emblematico.
Durante la guerra in Siria, quando Iran e Hezbollah intervennero a sostegno del governo siriano, la giornalista non usò mezze parole. Nei talk show italiani e internazionali definì più volte quell’intervento come una prova della natura aggressiva dell’asse sciita. Hezbollah, secondo le sue analisi, aveva tradito la propria missione di resistenza per trasformarsi in una milizia al servizio della repressione di Assad.
Le parole erano dure. Molto dure.
Hezbollah veniva descritto come parte del problema. L’Iran come una potenza destabilizzatrice. L’intervento in Siria come una guerra settaria che avrebbe incendiato l’intero Medio Oriente.
Non erano sfumature o interpretazioni diplomatiche. Erano giudizi netti, pronunciati con la sicurezza di chi pretende di spiegare al pubblico occidentale come funziona la regione.
Oggi però accade qualcosa di curioso.
La stessa Rula Jebreal è diventata una delle commentatrici più aggressive contro Benjamin Netanyahu e contro la strategia israeliana nella regione. Le sue analisi denunciano apertamente la politica di guerra permanente di Israele, le operazioni militari preventive e l’arroganza geopolitica che alimenta i conflitti mediorientali.
Tutto legittimo. Anzi, per molti versi anche condivisibile.
Il problema è un altro.
Dove è finita la memoria di ciò che diceva ieri?
Perché chi seguiva quei dibattiti ricorda benissimo le sue frasi. Ricorda le accuse contro Hezbollah, la demonizzazione dell’Iran, la lettura del conflitto siriano costruita esattamente dentro la narrativa dominante occidentale.
Oggi quella narrativa sembra improvvisamente evaporata. Hezbollah sparisce quasi completamente dal bersaglio delle sue critiche. L’Iran non è più descritto come il grande destabilizzatore regionale. Il centro del problema diventa, giustamente, la strategia israeliana e il progetto geopolitico di Netanyahu.
Ma questa non è una semplice evoluzione del pensiero.
È un ribaltamento totale di posizione.
Chi ieri accusava l’asse Iran-Hezbollah di incendiare il Medio Oriente oggi sembra scoprire che il principale fattore di destabilizzazione è altrove. Una scoperta tardiva, arrivata dopo anni in cui quella stessa lettura veniva respinta con sufficienza nei salotti televisivi occidentali.
Cambiare idea non è un peccato. Può persino essere un segno di intelligenza.
Il problema nasce quando si cambia posizione senza ammettere di aver sbagliato. Quando si riscrive la propria narrazione come se il passato non esistesse.
Nel Medio Oriente le parole hanno peso. Le guerre si raccontano anche attraverso le narrazioni mediatiche. E chi ha contribuito per anni a costruire una certa versione dei fatti dovrebbe almeno avere l’onestà di riconoscere quando quella versione si è rivelata incompleta, se non addirittura sbagliata.
Perché altrimenti non è analisi geopolitica.
È semplicemente adattamento al vento che soffia nei talk show.
Raimondo Schiavone















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