C’è un voto delle Nazioni Unite che merita di essere ricordato ogni volta che qualcuno prova a spiegare al mondo che le guerre si fanno per difendere i diritti e la libertà.
Il 7 luglio 2025 l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato una risoluzione sulla situazione in Afghanistan che denunciava apertamente la repressione delle donne e delle ragazze da parte del regime dei Talebani. Il documento parlava di una oppressione “grave, diffusa, sistematica e in peggioramento” e chiedeva la fine dei divieti su scuola, lavoro e partecipazione alla vita pubblica per milioni di donne afghane.
Il voto è stato netto, quasi plebiscitario.
116 paesi favorevoli
12 astenuti
2 contrari
E quei due voti contrari sono stati proprio quelli degli Stati Uniti e di Israele.
Centosedici paesi del mondo difendono le donne afghane.
Dodici preferiscono non esporsi.
E due votano contro.
È un dato politico che dovrebbe restare inciso nella memoria collettiva.
Perché negli stessi giorni in cui oggi si moltiplicano le dichiarazioni di guerra, le minacce e le operazioni militari contro l’Iran, il presidente americano Donald Trump parla di libertà, di popoli oppressi, perfino della necessità di liberare il popolo iraniano e le sue donne.
È una narrazione che abbiamo già sentito molte volte nella storia recente.
L’abbiamo sentita in Iraq.
L’abbiamo sentita in Afghanistan.
La sentiamo oggi in Iran.
La libertà diventa improvvisamente una ragione strategica. I diritti delle donne diventano argomento geopolitico. La retorica morale viene usata come carburante politico per giustificare tensioni e conflitti.
Eppure proprio pochi mesi fa, quando si trattava semplicemente di votare una risoluzione all’ONU per difendere le donne afghane, Washington e Tel Aviv hanno scelto di dire no.
Non si trattava di inviare eserciti.
Non si trattava di imporre sanzioni.
Non si trattava di cambiare regime.
Si trattava semplicemente di dire al mondo che l’oppressione delle donne è inaccettabile.
Eppure quei due governi hanno votato contro.
Per questo oggi, quando sentiamo parlare di guerre fatte per liberare i popoli o per difendere le donne, il sospetto diventa inevitabile.
Perché se la libertà fosse davvero il principio guida, la difesa delle donne afghane sarebbe stata una battaglia naturale da sostenere.
Il voto dell’ONU racconta invece una verità molto più scomoda: nella geopolitica contemporanea i diritti umani sono spesso strumenti retorici, utili quando servono a giustificare strategie e improvvisamente dimenticati quando diventano politicamente scomodi.
Centosedici paesi hanno votato per difendere le donne afghane.
Due hanno votato contro.
E oggi proprio quei due paesi pretendono di convincere il mondo che le loro guerre servono a liberare i popoli.
A volte la storia non ha bisogno di commenti.
Basta leggere i numeri di un voto.
Raimondo Schiavone















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