Blog di Raimondo Schiavone e amici

LA LEZIONE CHE GLI INDIGNATI NON HANNO VOLUTO ASCOLTARE

Ieri sera alla Ex Manifattura Tabacchi di Cagliari è accaduta una cosa piuttosto rara di questi tempi: centinaia di persone si sono riunite per ascoltare.
Sembra banale.
In realtà, nell'epoca delle sentenze preventive, dei tribunali social e delle opinioni precostituite, è quasi un atto rivoluzionario.
Un tempo, dissentire era considerato un atto di intelligenza. Un esercizio di autonomia mentale. Talvolta persino un dovere civico. Oggi è diventato un crimine morale. E dialogare — anche solo dialogare — con chi proviene da un'altra visione del mondo, rischia di trasformarsi in complicità. Non sei più una persona con un'opinione diversa: sei una minaccia da isolare, segnalare, correggere. Altrimenti, da rimuovere.
È in questo clima che va letta la polemica scoppiata nei giorni scorsi attorno all'incontro organizzato dal Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo sul tema *"Iran sotto le bombe: il punto di vista di Teheran"*.
La sala era piena.
Non per assistere a uno spettacolo, non per partecipare a una manifestazione ideologica, ma per prendere parte a un confronto pubblico con la giornalista Leila Belhadj Mohamed e l'Ambasciatore della Repubblica Islamica dell'Iran in Italia, Mohammad Reza Sabouri.
Per oltre un'ora si è parlato di guerra, Medio Oriente, geopolitica, rapporti internazionali, tensioni regionali e persino questioni interne iraniane.
Domande dirette.
Risposte pubbliche.
Nessuna censura.
Nessuna fuga dai temi più delicati.
Eppure, nei giorni precedenti, alcuni avevano già deciso che quell'incontro fosse inaccettabile.
Il processo, come sempre in questi casi, era stato raffinato ed elegante. Nessuno ha vietato nulla, per carità. Si è semplicemente provveduto ad agitare il marchio: *complici del regime*, *megafoni della propaganda*, *ospiti indegni*. Etichette che non aprono un confronto: lo rendono inutile in partenza. Non confutano: archiviano. Non ascoltano: classificano.
Tra i più attivi nel distribuire condanne preventive figuravano Adriano Bomboi e l'ex presidente della Regione Sardegna Francesco Pigliaru.
Entrambi sembravano avere le idee chiarissime su ciò che sarebbe stato detto.
Peccato che nessuno dei due fosse presente.
Una forma innovativa di analisi politica: si giudica prima, si ascolta mai, si condanna sempre.
Fa sorridere, poi, il pulpito da cui arrivano certe lezioni. Perché proprio Francesco Pigliaru, quando era presidente della Regione Sardegna, rifiutò di incontrare l'Ambasciatore dell'Armenia in Italia, nonostante la richiesta fosse stata promossa dal Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo. Oggi invece si scopre improvvisamente custode severissimo delle relazioni internazionali e della moralità diplomatica.
La memoria, si sa, è una cattiva compagna per chi pretende di fare il maestro dimenticando la propria lezione mai svolta.
Il vero problema, per certi indignati professionisti, non era ciò che l'ambasciatore iraniano avrebbe detto.
Il vero problema era che qualcuno osasse farlo parlare.
Ed è qui che emerge una contraddizione straordinaria — e rivelatrice.
Coloro che si presentano come custodi della libertà e della democrazia sembrano essere terrorizzati dall'idea stessa del dialogo. Non del consenso. Del dialogo. Perché nella società della trasparenza apparente, il censore non ha più bisogno della penna rossa. Ci pensa l'algoritmo. Ci pensa la rete, con le sue indignazioni a orologeria e le sue isterie collettive. Il risultato è identico a quello di qualunque regime censorio: chi prova a uscire dal recinto del pensiero accettabile viene punito. Senza processo, senza sentenza, senza possibilità di appello. E soprattutto: senza rumore.
Siamo, insomma, vittime di un tribunale collettivo che non deve aspettare un verdetto per poterti condannare.
Dialogare significa ascoltare anche chi non la pensa come noi. Significa confrontarsi con idee, culture e posizioni differenti. Significa avere sufficiente fiducia nelle proprie convinzioni da non temere il confronto. Qualità che evidentemente non tutti possiedono.
La Sardegna, spesso descritta come periferia del mondo, ieri sera si è dimostrata più aperta e più moderna di tanti salotti che si autoproclamano progressisti.
Mentre qualcuno agitava slogan sui social, centinaia di cittadini partecipavano a un dibattito internazionale di altissimo livello.
Mentre qualcuno distribuiva patenti di moralità, altri sceglievano di conoscere prima di giudicare.
Mentre qualcuno costruiva muri ideologici, il Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo costruiva ponti.
E i ponti, nella storia, sono sempre stati più utili dei muri.
Cagliari ha ospitato probabilmente l'unico grande evento pubblico italiano in cui un ambasciatore iraniano ha potuto confrontarsi apertamente con cittadini, giornalisti e osservatori nel pieno di una delle più delicate crisi internazionali degli ultimi anni.
Non propaganda.
Non comizio.
Non celebrazione.
Confronto.
Che è una parola che alcuni continuano a confondere con complicità.
L'errore nasce probabilmente da una visione infantile della politica internazionale, quella che divide il mondo in buoni e cattivi e considera superfluo comprendere le ragioni degli altri. Una visione che relega chi dissente in una sorta di centro per la raccolta differenziata delle opinioni scomode.
Peccato che la diplomazia, da secoli, funzioni esattamente al contrario.
Si parla soprattutto con chi non la pensa come noi. Si dialoga soprattutto con chi è distante. Si costruisce la pace parlando con gli avversari, non solo con gli amici.
Ieri sera Cagliari ha dato una lezione di maturità civile.
E la risposta migliore agli indignati professionisti non è arrivata da un comunicato, né da una polemica.
È arrivata dalle sedie occupate.
Dalla sala piena.
Dalle persone rimaste fino alla fine.
Dagli applausi.
Dall'interesse.
Dalla curiosità.
In una parola: dalla partecipazione.
Grazie ai cittadini cagliaritani che hanno scelto di ascoltare prima di giudicare.
Quanto agli altri, resta il rammarico.
Se fossero entrati in sala avrebbero forse scoperto che il dialogo non è una minaccia alla democrazia.
Ne è una delle sue espressioni più nobili.
Ma per capirlo bisogna esserci.
E ieri sera, semplicemente, non c'erano.
*Raimondo Schiavone*
*Presidente Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo*

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