Blog di Raimondo Schiavone e amici

La guerra della propaganda e quella vera: Trump, l’Iran e il tavolo nascosto della trattativa

Donald Trump alza il volume della propaganda. È la prima arma che usa quando una guerra diventa difficile da controllare. Il racconto pubblico deve trasformare una situazione complicata in una vittoria. Sempre. Anche quando sul terreno – militare, politico ed economico – le cose non vanno esattamente come previsto.
E così assistiamo al solito copione: dichiarazioni muscolari, annunci di successi, toni da trionfo. Ma dietro il sipario accade altro. Perché mentre Trump racconta al mondo di aver piegato l’Iran, allo stesso tempo cerca una via d’uscita diplomatica. E per farlo guarda a Mosca.
Il coinvolgimento di Vladimir Putin come possibile mediatore non è un dettaglio. È il segnale che Washington sa perfettamente che questo conflitto non può diventare una guerra totale. L’Iran non è l’Iraq del 2003. Non è un Paese isolato e militarmente fragile. È una potenza regionale con capacità militari reali, una profondità strategica costruita in decenni e una rete geopolitica che va dal Golfo al Levante.
Trump probabilmente non si aspettava una reazione così compatta. Non si aspettava un Iran capace di colpire, di resistere e soprattutto di non crollare politicamente. E questo cambia tutto.
Perché quando una guerra non produce il risultato immediato sperato, la politica deve trovare una narrativa. Ed ecco la propaganda: presentarsi come vincitore mentre si cerca disperatamente un accordo.
Ma la vera domanda oggi non riguarda Trump. Riguarda l’Iran.
Teheran accetterà una soluzione provvisoria? Oppure proverà a sfruttare la situazione per ottenere qualcosa di concreto? Per esempio lo sblocco di una parte delle sanzioni che strangolano l’economia iraniana da anni.
Perché è qui che si gioca la partita vera. Non sui cieli attraversati da droni e missili, ma sui tavoli della geopolitica economica.
Il petrolio.
L’energia.
Le rotte marittime.
Le sanzioni finanziarie.
È questa la guerra reale.
Lo Stretto di Hormuz, da cui passa una quota enorme del petrolio mondiale, resta il punto più sensibile del pianeta. Ogni tensione in quell’area muove i mercati, fa tremare le borse, agita i governi del Golfo e preoccupa l’Europa.
La navigazione commerciale, le assicurazioni marittime, il prezzo del greggio: ogni cosa diventa un’arma.
E mentre i media parlano di bombardamenti, la vera battaglia si combatte nelle stanze della finanza globale e nelle rotte dell’energia.
L’Iran lo sa bene. Da anni ha imparato a trasformare le sanzioni in un terreno di resistenza. Ha costruito reti commerciali alternative, ha rafforzato i rapporti con Cina e Russia, ha imparato a sopravvivere dentro un sistema che cerca di strangolarlo economicamente.
Per questo oggi Teheran ha una scelta davanti a sé.
Accettare una tregua provvisoria per raffreddare il conflitto oppure usare questa crisi per ottenere un risultato politico concreto: l’allentamento delle sanzioni e il riconoscimento del proprio peso regionale.
Trump, invece, ha un problema molto più immediato: uscire dal conflitto senza sembrare sconfitto.
Ed è per questo che la propaganda cresce ogni giorno di più.
Perché quando la realtà è complicata, il racconto deve diventare semplice.
Una vittoria annunciata.
Una guerra “vinta”.
Un nemico “ridimensionato”.
Ma spesso nella storia accade il contrario.
Le guerre che vengono dichiarate vinte troppo presto sono proprio quelle da cui si cerca di uscire il più in fretta possibile.
Raimondo Schiavone 

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