Guerrini invece è un’altra cosa: uno strumento. Anzi, uno strumento musicale. La gran cassa, per l’esattezza. Non quella sinfonica — troppo impegnativa — ma quella da banda di paese, che ripete lo stesso “BOOM BOOM” a ogni passaggio, sempre allo stesso ritmo, sempre sullo stesso spartito, scritto da altri. E quel “BOOM BOOM” oggi serve per accompagnare la piccola orchestra di una parte minoritaria del Movimento 5 Stelle, che ogni tanto bisogna far sembrare più grande del suo reale volume politico.
E così eccolo lì, Guerrini, che prova a fare il politologo spiegando a tutti qual è il “vero problema” della Giunta Todde, dove sbaglia il Pd, chi sono i capibastone, i cacicchi, i capi tribù, e chi non lo saluta nei corridoi. Per lui tutto è personalissimo, tutto è emozione e risentimento, ma confezionato come fosse un’analisi lucida. Peccato che sembri più il monologo di chi suona da solo in una sala prove vuota e si convince che il rimbombo delle pareti sia un applauso.
E infatti la parte più rivelatrice è quella in cui si lamenta di essere stato definito “scribacchino in pensione”. E qui arriva la vera ironia: “scribacchino” sarebbe già una definizione generosa, quasi affettuosa. Implica che uno almeno scriva qualcosa, anche male, anche frettolosamente, anche senza costrutto. Ma per essere uno scribacchino devi pur scrivere. Devi almeno tentare di costruire un discorso.
Il punto è che Guerrini non costruisce: amplifica. Non fa analisi: ripete. È la gran cassa, appunto. Colpisci e fai rumore, non importa cosa. L’importante è farsi sentire, soprattutto quando si rappresenta la frangia più agitata — e più irrilevante — del Movimento 5 Stelle sardo. Quella che non potendo influenzare davvero la politica, cerca almeno di influenzare la narrazione. E quale narrazione migliore se non quella che racconta un Pd ingestibile, un Campo Largo allo sbando, una Governatrice isolata? Non conta se non è vero: suona bene.
In realtà la Sardegna ha mille problemi, ma non si risolvono con le onomatopee. E non servono le gran casse, servono i cervelli. Quelli che analizzano, quelli che spiegano, quelli che conoscono i dossier e i numeri. Quelli che quando parlano di politica non partono da simpatie, antipatie, risentimenti o vecchie ferite personali.
Guerrini invece vive di questo: delle sue guerre immaginarie, delle sue ferite gonfiate, delle sue nemesi create a tavolino. E ogni volta che batte sul suo tamburo pensa di rivelare un segreto politico, quando invece sta solo dicendo a gran voce che lui — lui sì — avrebbe voluto essere un protagonista. Ma non lo è. Non lo è mai stato. E allora resta lo strumento, non il musicista.
Un uomo che si definisce reporter, ma non regge la definizione di report. Un uomo che si offende per essere chiamato “scribacchino”, quando il problema non è la scrittura, ma il contenuto. Un uomo che parla di capibastone e cacicchi, ma senza accorgersi che lui, nel suo piccolo, è soltanto la cassa di risonanza di chi gli sta sopra e lo usa come megafono.
E alla fine, nella grande sinfonia della politica sarda, Guerrini non dirige, non suona, non compone. Fa solo “BOOM BOOM”.
Ma sempre fuori tempo.
Raimondo Schiavone














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