C’è un simbolo che racconta meglio di mille inchieste lo stato della Pubblica Amministrazione italiana: la giacca sulla sedia. Un segnale chiaro, inequivocabile, quasi un totem: “Io ci sono, ma non ci sono”. È la timbratura seriale trasformata in arte, la presenza-assenza, il fantasma del dipendente modello che lascia il suo involucro sulla poltrona per sparire al bar, in palestra o – se il tempo lo consente – direttamente in spiaggia.
Di solito non parliamo del povero impiegato precario, ma di dirigenti ben piazzati, protetti, spesso provenienti dai ministeri o dagli enti parastatali. Fisico asciutto (grazie alla palestra del centro sud, perché la tradizione impone disciplina e cura del corpo), sorriso pronto per il capo di turno, abilità consumata nel tramare con il vecchio presidente mentre già si arrampica sul carro del nuovo. La giacca è la loro spada, il cartellino il loro scudo.
Un trucco che credono originale, ma che è più vecchio dei Galli. Sì, proprio loro: i guerrieri che fecero la storia d’Europa, sottomessi solo dai Romani tra V e il I secolo a.c. Allora, nelle corti di Obelix e di Vercingetorige , si usava occupare il trono anche in assenza del re: bastava piazzare un vessillo, un simbolo, un mantello. I Galli moderni della PA hanno semplicemente sostituito il vessillo con una giacca del Cisalfa e il trono con una poltrona ergonomica di qualche ufficio ministeriale.
E come nella storia dei Galli, non sempre il gioco funziona. Perché se è vero che l’astuzia della giacca garantisce prebende e vantaggi, resta il fatto che i colleghi guardano, parlano e sanno. E soprattutto: non tutti i presidenti che arrivano accettano che il proprio “uomo di fiducia” passi le giornate a fare i fatti suoi, col corpo in spiaggia e l’ombra in ufficio.
Il risultato? Un esercito di giacche vuote che ricordano i fantocci dei Galli antichi: segni di potere senza sostanza. Con la differenza che allora si combatteva per regni e corone, oggi per buoni pasto e rimborsi chilometrici.
E la storia, come sempre, si ripete. Ma in salsa italiana, con tanto di cappuccino al bar sotto l’ufficio.
Filippo Palazzi















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