Blog di Raimondo Schiavone e amici

LA FRATTURA DEL GOLFO, SI SFILA IL QUATAR.

Non siamo il vostro film di Hollywood, né un’aula scolastica dove potete insegnare lezioni al mondo. Smettete di parlare a nome nostro.”
Questa non è una frase simbolica. È una dichiarazione politica. È una linea tracciata pubblicamente da Lulwah Al Khater, Ministro di Stato per la Cooperazione Internazionale del Qatar, contro la strategia di guerra costruita da Donald Trump e sostenuta da Benjamin Netanyahu.
Ed è una rottura. Netta.
Perché per la prima volta un paese del Golfo, in modo esplicito e pubblico, rifiuta il ruolo che gli è stato assegnato: quello di comprimario silenzioso dentro una guerra decisa altrove.
Il messaggio è chiarissimo: questa non è la nostra guerra.
Per anni il blocco del Golfo ha oscillato tra allineamento e prudenza. Mai però si era arrivati a una presa di posizione così diretta contro Washington. Il Qatar oggi rompe questo schema e lo fa nel momento più delicato, mentre la strategia americana cerca di consolidare un fronte regionale contro l’Iran.
Ma quel fronte, semplicemente, non esiste più.
Doha si sfila. E non è sola. Altri paesi del Golfo osservano, prendono tempo, evitano di esporsi. Nessuno vuole essere trascinato in un conflitto che rischia di incendiare l’intera regione, destabilizzare economie, compromettere equilibri interni.
La guerra voluta da Trump e Netanyahu nasce con un presupposto: la compattezza del campo occidentale e dei suoi alleati regionali. Ma quel presupposto oggi si sta sgretolando.
La frase di Al Khater è una risposta a questo tentativo di costruire consenso a posteriori. “Smettete di parlare a nome nostro” significa: non usate il Golfo come giustificazione politica. Non trasformate un’operazione unilaterale in una strategia condivisa.
È un atto di autonomia. Ma anche un atto di accusa.
Perché implica una verità scomoda: questa guerra non è inevitabile. È una scelta. E non tutti sono disposti a pagarne il prezzo.
Trump continua a muoversi come se il sistema fosse quello di dieci anni fa. Netanyahu spinge nella stessa direzione, nella convinzione che l’escalation sia l’unica via per uscire da una crisi sempre più profonda.
Ma nel frattempo il terreno sotto di loro cambia.
Il Qatar non alza la voce per caso. Lo fa perché sa che il vero rischio, oggi, non è solo militare. È politico. È sistemico. È la perdita di controllo di una regione già al limite.
E quando un attore come Doha decide di esporsi così chiaramente, significa che la frattura è già avvenuta.
Non è più una crepa. È una linea.
E quella linea divide chi vuole la guerra da chi ha capito che il prezzo sarà troppo alto per tutti.
Raimondo Schiavone 

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