Blog di Raimondo Schiavone e amici

La domenica delle palme negata: quando la democrazia si ferma davanti a un altare

C’è un’immagine che resta. Non è una bomba, non è un missile, non è un titolo di agenzia costruito per anestetizzare le coscienze. È molto più semplice. Ed è proprio per questo devastante.
Un cardinale cattolico, Pierbattista Pizzaballa, bloccato mentre tenta di raggiungere la sua cattedrale nel giorno della Domenica delle Palme. Non una ricorrenza qualsiasi. Una delle celebrazioni più simboliche per il mondo cristiano, soprattutto in Gerusalemme, dove ogni gesto ha un peso che va oltre il rito.
E invece no. Fermato. Impedito. Ostacolato.
Non da un regime dichiaratamente autoritario, non da una dittatura esotica buona per i documentari occidentali. Ma da quello che continuiamo ostinatamente a chiamare “l’unica democrazia del Medio Oriente”: Israele.
E allora smettiamola con l’ipocrisia.
Smettiamola con questa narrazione stanca, ripetuta, consumata, che serve solo a tranquillizzare chi non ha voglia di guardare in faccia la realtà.
Perché qui non siamo davanti a un incidente.
Siamo davanti a un sistema.
Un sistema in cui la libertà religiosa esiste finché non disturba.
Finché non attraversa checkpoint.
Finché non entra in territori che qualcuno ha deciso essere “sensibili”.
Finché non ricorda al mondo che quella terra non è proprietà esclusiva di nessuno.
Bloccare un cardinale nel giorno delle Palme non è un dettaglio burocratico.
È un segnale politico.
È un messaggio.
È la dimostrazione plastica che anche il culto, anche la spiritualità, anche il diritto più elementare – pregare – diventa negoziabile.
E chi continua a parlare di democrazia davanti a questo scenario o non capisce, o fa finta di non capire.
Perché una democrazia vera non seleziona i diritti.
Non decide chi può pregare e chi deve aspettare.
Non mette barriere davanti a una cattedrale.
Una democrazia vera non teme una processione.
Qui invece siamo oltre.
Siamo dentro una distorsione pericolosa, dove il concetto stesso di libertà viene piegato, adattato, reinterpretato a seconda della convenienza del momento.
E il silenzio – quello sì assordante – di gran parte del mondo occidentale rende tutto ancora più grave.
E proprio per questo, oggi, c’è un punto che non può essere ignorato né derubricato a semplice cronaca: la sicurezza del nostro cardinale.
Perché al di là delle dinamiche politiche, delle narrazioni e delle propagande, esiste una responsabilità concreta. Chi esercita un controllo sul territorio ha anche il dovere di garantire l’incolumità di chi lo vive, di chi lo attraversa, di chi lo rappresenta spiritualmente.
Ci auguriamo – con forza, senza ambiguità – che venga tutelata la sicurezza di Pierbattista Pizzaballa.
Non come concessione.
Non come gesto di cortesia.
Ma come obbligo.
Perché quando si arriva al punto in cui un cardinale deve essere protetto mentre prova semplicemente a celebrare una messa, significa che qualcosa si è rotto. Profondamente.
E quando la libertà religiosa diventa un rischio personale, la parola “democrazia” smette definitivamente di avere significato.
Rimane solo propaganda.
E qualche giornalista che continua a raccontarla come fosse ancora vera.
Raimondo Schiavone 

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