Blog di Raimondo Schiavone e amici

La Corte dei conti, la casta che non accetta il Parlamento

In queste settimane assistiamo a uno spettacolo che definire grottesco è poco: magistrati della Corte dei conti in fila sui social, nelle interviste, nei convegni improvvisati, tutti improvvisamente preoccupati per la riforma che riguarda la loro stessa istituzione.
Un coro stonato, autoreferenziale, corporativo. Un pianto greco che nulla ha a che vedere con la difesa della democrazia e molto con la difesa di una posizione di potere.
Perché diciamolo chiaramente: qui non c’entra l’indipendenza della magistratura, né la tutela delle regole. Qui c’entra il fastidio profondo, quasi viscerale, verso il Parlamento. Verso l’idea stessa che chi è eletto dai cittadini abbia il diritto — e il dovere — di fare le leggi.
Nella loro visione distorta, il legislatore dovrebbe solo ratificare ciò che loro ritengono corretto. Il resto è eresia.
E allora vale la pena ricordarlo, soprattutto a chi ama impartire lezioni di democrazia: la separazione dei poteri funziona così.
Il Parlamento legifera.
Il Governo amministra.
La magistratura controlla e giudica.
Non governa. Non legifera. Non detta l’agenda politica del Paese.
Ma chi sono, nella realtà, molti magistrati della Corte dei conti?
Nella stragrande maggioranza dei casi ex funzionari della pubblica amministrazione, cresciuti dentro apparati ministeriali, uffici regionali, burocrazie lente e autoreferenziali. Spesso selezionati non per visione, competenza economica o conoscenza reale dei processi decisionali, ma per resistenza mnemonica ai concorsi.
Una cultura giuridica arida, scolastica, livorosa, figlia di un giustizialismo di matrice grillina che ha confuso per anni legalità con paralisi, controllo con paura, responsabilità con sospetto.
Applicano il diritto come una clava.
Colpiscono senza comprendere il contesto.
Giudicano senza sapere di cosa parlano.
Non conoscono l’economia reale, non hanno mai gestito un’impresa, non hanno mai dovuto prendere una decisione sotto pressione, non hanno mai firmato un atto sapendo che da quella firma dipendevano posti di lavoro, servizi, sviluppo.
Eppure si sentono legittimati a bloccare, intimidire, commissariare, colpire amministratori e dirigenti come se fossero tutti potenziali delinquenti.
Odiano la politica.
Odiano i politici.
Odiano perfino i colleghi che provano a decidere, a rischiare, a governare.
E oggi, davanti a una riforma che prova — timidamente — a riequilibrare i poteri, urlano allo scandalo. Parlano di attacco allo Stato di diritto mentre difendono solo il loro piccolo Stato personale, costruito negli anni sul terrore della firma e sull’idea che amministrare significhi non fare nulla per non sbagliare.
La verità è semplice e fa male:
senza responsabilità politica non esiste democrazia, solo burocrazia armata.
Senza il primato del Parlamento, resta solo il governo dei non eletti.
Senza il coraggio di riformare, continueremo a essere ostaggio di chi controlla tutto ma non risponde a nessuno.
La Corte dei conti dovrebbe vigilare, non comandare.
Dovrebbe controllare, non paralizzare.
Dovrebbe servire lo Stato, non sentirsi lo Stato.
E invece oggi si comporta come una casta spaventata, che teme di perdere privilegi, rendite e potere.
Non difendono la Costituzione. Difendono se stessi.
E quando una magistratura ha paura del Parlamento, il problema non è la legge.
Il problema è la magistratura.
Raimondo Schiavone 
Cittadino libero

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