C’è qualcosa di tragicomicamente europeo nel vedere una dirigente proveniente da un paesello ghiacciato del Baltico, con meno abitanti di un quartiere di Roma, ergersi a bussola morale e strategica di un continente di 450 milioni di persone. Kaja Kallas non governa più solo l’Estonia: governa l’umore bellico di Bruxelles. E lo fa con la sicurezza di chi scambia la geopolitica per una seduta motivazionale da bunker.
Il copione è sempre lo stesso: toni apocalittici, zero diplomazia, molta retorica e una visione del mondo in bianco e nero degna di un fumetto della Guerra Fredda. La Russia è il male assoluto, l’Europa deve armarsi, prepararsi, irrigidirsi, spendere, sacrificare. Non negoziare: resistere. Non mediare: punire. Non capire la storia: riscriverla a uso e consumo di una narrativa che fa comodo a chi non ha mai pagato davvero il prezzo delle guerre combattute sul proprio territorio… se non nei libri di scuola.
Il paradosso è evidente: chi viene da uno Stato che vive sotto l’ombrello militare altrui, che non ha il peso industriale, demografico o strategico delle grandi potenze europee, oggi detta la linea a Francia, Germania, Italia. È come se il passeggero del sedile posteriore decidesse la velocità dell’auto lanciata in autostrada, urlando “più forte!” mentre gli altri pagano benzina, pedaggi e incidenti.
Kallas parla di storia con l’aria di chi l’ha capita tutta, ma la storia non è una sequenza di slogan. È fatta di cause, responsabilità, errori incrociati, equilibri fragili. Ridurla a una fiaba morale serve solo a giustificare una politica estera muscolare che l’Europa non può permettersi. Perché l’Europa non è una caserma. È – o dovrebbe essere – un progetto politico, economico, culturale. Non una dependance della NATO con l’elmetto calato sugli occhi.
E invece eccola qui, questa sciagurata Europa, che invece di interrogarsi su come fermare una guerra, si chiede solo come prolungarla “nel modo giusto”. Con le bollette alle stelle, l’industria in affanno, le imprese strangolate, il ceto medio che scompare, Bruxelles ascolta la voce più stridente e bellicosa. Quella che non rischia nulla, ma chiede a tutti di rischiare tutto.
Il risultato è un continente che ha smesso di parlare di pace per non sembrare debole, che ha rinunciato alla propria autonomia strategica per sentirsi virtuoso, che confonde la fermezza con l’irresponsabilità. E mentre Kallas pontifica dal Nord, il Sud, l’Ovest e il cuore dell’Europa pagano il conto.
La verità è semplice e scomoda: l’Europa non ha bisogno di guastafeste ideologici né di sacerdotesse della guerra permanente. Ha bisogno di leader che sappiano distinguere tra deterrenza e follia, tra memoria storica e propaganda, tra difesa dei valori e suicidio politico.
Ma finché lasceremo che a indirizzare le scelte europee siano i falchi del gelo, continueremo a scivolare, passo dopo passo, verso un’Europa più povera, più impaurita e più irrilevante. E questa sì che sarebbe una sconfitta storica. Non solo per l’Europa. Ma per l’intelligenza.
Raimondo Schiavone















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