Ormai non c’è più spazio per giri di parole o ipocrisie diplomatiche: Israele ha un governo di assassini. Lo dimostrano i fatti, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Nulla li ferma — non le leggi internazionali, non le convenzioni umanitarie, non la vergogna. Generali, capi di governo, ministri, consiglieri: tutti immersi fino al collo in un meccanismo criminale che macina vite e verità.
Le ultime ore a Gaza hanno segnato un punto di non ritorno. La notte del 10 agosto 2025, un raid israeliano ha colpito una tenda improvvisata nei pressi dell’ospedale al-Shifa, usata come base dai giornalisti che documentavano il massacro quotidiano. Lì è stato assassinato Anas al-Sharif, 28 anni, corrispondente di Al Jazeera, insieme a quattro colleghi: Mohammed Qreiqeh (33 anni), Ibrahim Zaher (25), Mohammed Noufal (29) e Moamen Aliwa (23). Con loro, sono morti anche civili, tra cui un familiare di al-Sharif.
Un’azione deliberata, chirurgica, studiata. Non “danni collaterali”, ma eliminazioni mirate. E come sempre, Israele ha messo in moto la sua macchina della menzogna: li ha etichettati come terroristi, come uomini di Hamas, nel tentativo di dare una parvenza di legittimità a un crimine di guerra. Ma non hanno mai portato prove credibili. Perché non ci sono.
L’obiettivo è chiaro: non si vuole soltanto sterminare un popolo, si vuole spegnere ogni voce che possa raccontarlo. I giornalisti, oggi a Gaza, non sono semplici cronisti: sono l’ultimo filo che lega la verità al resto del mondo. Il loro lavoro è raccontare quello che altri vogliono nascondere. E per questo vengono eliminati.
C’è chi pensa che colpire i giornalisti sia meno grave che colpire i bambini. Ma è una falsa distinzione: i bambini sono il futuro, i giornalisti sono la memoria. Uccidere i primi significa spegnere ciò che verrà; uccidere i secondi significa cancellare ciò che è. È un doppio genocidio: fisico e narrativo.
Quello di Gaza è ormai lo sterminio di massa più documentato della storia. Nonostante questo, un pezzo consistente dell’Occidente continua a sostenere il governo criminale di Tel Aviv. Lo fa con armi, con veto alle Nazioni Unite, con dichiarazioni ipocrite che “condannano la violenza” senza mai nominare il colpevole. E questo silenzio complice sta diventando insopportabile perfino per chi, fino a ieri, si nascondeva dietro l’alibi della “sicurezza di Israele”.
Ma qui non si tratta di sicurezza. Si tratta di annientamento. Si tratta di genocidio. Lo confermano i numeri: oltre 220 bambini morti di fame dall’inizio dell’assedio, migliaia di civili uccisi sotto le bombe, decine di giornalisti assassinati. Solo Al Jazeera ha perso più di una dozzina di reporter dall’inizio del conflitto.
L’ultimo messaggio di Anas al-Sharif, scritto poco prima di essere ucciso, è una condanna senza appello: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele ha avuto successo nell’uccidermi e nello zittire la mia voce.” Non è solo il testamento di un uomo, è il manifesto della resistenza della verità contro la macchina dell’oblio.
Israele oggi è uno Stato che calpesta ogni regola e ogni morale, guidato da un primo ministro che agisce come un criminale di guerra, spalleggiato da generali e politici che hanno fatto dell’omicidio mirato un pilastro della loro politica. Un Paese che considera le convenzioni internazionali un fastidio, che bombarda ospedali, scuole, convogli umanitari, e ora si dedica sistematicamente all’eliminazione dei testimoni.
La comunità internazionale può continuare a riunirsi in vertici inutili, può continuare a esprimere “preoccupazione” e “profondo rammarico”. Ma la verità è che a Gaza si sta compiendo un genocidio, e ogni giorno che passa senza una presa di posizione netta trasforma governi, istituzioni e leader occidentali in complici.
Questo non è più il tempo delle parole misurate. È il tempo di chiamare le cose col loro nome: Israele è oggi un Paese criminale guidato da un criminale, responsabile di uno sterminio e di un’aggressione alla libertà di stampa senza precedenti.
E fino a quando il mondo non avrà il coraggio di dirlo ad alta voce, Gaza continuerà a bruciare. Con i bambini, i civili e i giornalisti sepolti sotto le stesse macerie.
Raimondo Schiavone















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