Blog di Raimondo Schiavone e amici

ISRAELE NON VUOLE LA PACE

C'è un momento nella storia in cui il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Un momento in cui l'equilibrismo diplomatico, le parole misurate, le cautele lessicali e le ipocrisie istituzionali finiscono per trasformarsi in una gigantesca cortina fumogena dietro la quale si consumano tragedie che nessuno ha più il coraggio di chiamare con il loro nome.

I fatti di queste ultime ore rappresentano, agli occhi di molti, l'ennesima dimostrazione di una contraddizione sempre più difficile da ignorare. Mentre si parla di accordi, mentre si prova a costruire percorsi negoziali, mentre Washington lascia filtrare segnali di apertura e di possibile intesa, il rumore delle bombe torna a coprire quello della diplomazia. Israele bombarda Beirut.

Da una parte si discute di possibili accordi. Dall'altra si continua a bombardare.

È in questa apparente schizofrenia politica che trova spazio la durissima accusa proveniente da Teheran: gli Stati Uniti non sarebbero in grado di garantire il rispetto degli impegni assunti dai propri alleati. Un'affermazione che, al di là delle appartenenze e delle simpatie politiche, pone una questione enorme. Perché un accordo che viene smentito dai fatti prima ancora di consolidarsi rischia di apparire non come uno strumento di pace ma come una semplice rappresentazione scenica destinata a consumarsi sotto le macerie del successivo bombardamento.

L'attacco a Beirut riporta infatti il Libano al centro di una crisi che sembrava potesse conoscere almeno una fase di contenimento. E invece la spirale continua. Sempre uguale. Sempre più pericolosa.

Ciò che inquieta non è soltanto la dimensione militare degli eventi. A preoccupare è soprattutto la normalizzazione della guerra. La sua trasformazione da tragedia eccezionale a condizione permanente. Come se il bombardamento di una città, la distruzione di infrastrutture civili, il pianto di una madre o il terrore di un bambino fossero diventati elementi ordinari del paesaggio contemporaneo.

La narrativa dominante continua a presentare ogni escalation come inevitabile, ogni attacco come necessario, ogni risposta come obbligata. Eppure la storia insegna che nessuna pace è mai nata dall'accumulazione infinita di macerie. Nessuna stabilità è stata costruita sulla demolizione sistematica degli equilibri regionali. Nessun popolo ha trovato sicurezza trasformando i propri vicini in nemici permanenti.

Dopo aver trascinato il Medio Oriente dentro una spirale che coinvolge Gaza, il Libano e l'Iran, il rischio è che la logica dello scontro permanente finisca per investire progressivamente anche altri grandi protagonisti regionali. Egitto e Turchia rappresentano oggi due pilastri fondamentali degli equilibri dell'area mediterranea e mediorientale. Quando una regione viene mantenuta in uno stato di tensione continua, ogni attore capace di esercitare autonomia politica finisce inevitabilmente per entrare nel perimetro dello scontro.

Ed è proprio questo che inquieta: la sensazione che non si stia lavorando alla costruzione di un nuovo ordine fondato sulla sicurezza reciproca e sulla convivenza, ma alla progressiva demolizione di ogni possibile contrappeso geopolitico.

Il Libano, nel frattempo, continua a pagare il prezzo più alto. Un Paese già piegato da crisi economiche devastanti, da fragilità istituzionali e da tensioni sociali irrisolte viene ancora una volta trasformato nel terreno sul quale si combattono partite che appartengono ad altri.

Il mondo occidentale resta prigioniero di una contraddizione sempre più evidente. Si invoca il diritto internazionale ma lo si applica in modo selettivo. Si chiede moderazione agli avversari ma si giustificano sistematicamente gli eccessi degli alleati. Ci si commuove per alcune vittime e si resta indifferenti davanti ad altre.

Ma la civiltà giuridica e morale non può essere a geometria variabile.

La pace non è una parola per anime ingenue. È il più difficile degli esercizi politici. Richiede coraggio, visione, capacità di riconoscere l'umanità persino nell'avversario. La guerra, al contrario, è spesso la scorciatoia di chi non riesce o non vuole immaginare un ordine diverso.

Per questo il mondo dovrebbe interrogarsi seriamente su ciò che sta accadendo nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. Dovrebbe chiedersi dove stia conducendo questa continua escalation. Dovrebbe domandarsi quante città dovranno ancora essere colpite, quanti bambini dovranno ancora morire, quante generazioni dovranno crescere sotto il rumore delle esplosioni prima che qualcuno trovi il coraggio di fermare questa deriva. Il Mondo dovrà anche chiedersi come fermare Israele.

Continuare a percorrere la strada della forza come unico linguaggio possibile significa avvicinarsi ogni giorno di più a un precipizio dal quale potrebbe non esserci ritorno.

E quando la storia presenterà il conto, non verrà chiesto soltanto chi ha premuto il grilletto. Verrà chiesto anche chi ha voltato lo sguardo dall'altra parte. Chi ha scelto il silenzio. Chi ha preferito l'opportunismo alla verità.

Perché vi sono epoche nelle quali la neutralità non è equilibrio.

È semplicemente una forma più elegante della resa morale.

Raimondo Schiavone

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