Blog di Raimondo Schiavone e amici

Israele minaccia vagante, l’Iran non cerca la guerra ma prepara la difesa

L’Iran non cerca lo scontro ma oggi si trova costretto a prepararsi a un nuovo capitolo di tensione in Medio Oriente. Le parole del presidente Masoud Pezeshkian sono chiare: «non c’è dubbio che Israele ci attaccherà di nuovo» e Teheran ha pronti piani articolati in cinque o sei fasi per rispondere a un’eventuale aggressione. Non è una dichiarazione di guerra, bensì un avvertimento e soprattutto una presa d’atto che la Repubblica Islamica non intende subire colpi senza reagire. Pezeshkian ha voluto sottolineare che «l’Iran non è Gaza, né il Libano, né la Siria», ribadendo la differenza tra uno Stato sovrano con capacità militari e risorse proprie e i fronti di guerra indiretta che Israele ha colpito negli ultimi anni.

La dinamica è chiara: Israele si muove come una minaccia vagante, colpisce a sorpresa, giustifica le proprie azioni con la necessità di difendersi ma di fatto destabilizza l’intera regione. Le offensive degli ultimi mesi contro siti nucleari e militari iraniani hanno causato vittime e distruzioni, alimentando la sensazione che non esistano più confini invalicabili. Israele rivendica il diritto a colpire dove ritiene ci sia pericolo, fino a ventilare l’ipotesi di eliminare figure centrali del potere iraniano. Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che gli attacchi continueranno “finché necessario”, senza limiti né condizioni, trasformando la guerra preventiva in dottrina permanente.

Da Teheran la reazione non è stata una corsa alla bomba atomica né la volontà di allargare il conflitto. Anzi, Pezeshkian ha ribadito all’Assemblea delle Nazioni Unite l’impegno a non costruire un’arma nucleare, rivendicando che l’Iran vuole stabilità, non distruzione. La creazione di un Consiglio supremo per la difesa nazionale è la prova che il governo intende coordinare risposte politiche e militari in maniera strutturata, non avventata. Ma quando una prigione civile viene bombardata o quando si tenta di colpire persino il presidente della Repubblica, diventa inevitabile predisporre misure di difesa che siano credibili e dissuasive.

Il quadro che emerge è quello di un Paese che, pur non cercando conflitti, è spinto da Israele a un livello di allerta permanente. L’Iran vuole comunicare che non si farà ridurre a un bersaglio inerme, che la sua capacità di resistenza non può essere paragonata a quella di altre realtà mediorientali martoriate da decenni di guerre. Israele, dal canto suo, agisce come attore erratico, giustificando ogni azione con la retorica della “minaccia esistenziale” ma diventando esso stesso una minaccia vagante, senza confini e senza limiti dichiarati.

Il rischio è che la regione venga trascinata in una spirale incontrollabile. L’Iran mostra i muscoli per scoraggiare nuovi attacchi, ma lo fa nella logica della deterrenza e della sopravvivenza. Israele continua a rilanciare operazioni militari con l’obiettivo dichiarato di prevenire, ma finisce per accrescere il pericolo che dice di voler scongiurare. Oggi il vero problema non è un Iran che cerca la guerra, ma un Israele che si muove come una mina errante nello scacchiere mediorientale, con il rischio di trascinare tutti in un conflitto di cui nessuno conosce i confini.

Raimondo Schiavone 

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