Con la firma del Memorandum d’intesa tra Iran e Armenia, a Yerevan si è consumato un atto politico che va ben oltre la semplice cooperazione economica. L’accordo, che prevede la tutela del commercio iraniano attraverso il territorio armeno e sancisce la costruzione di un secondo ponte sul fiume Aras, è una risposta diretta ai tentativi di Washington, Tel Aviv e Ankara di ridisegnare la geografia del Caucaso meridionale a discapito di Teheran e di Yerevan.
La visita del Presidente iraniano Masoud Pezeshkian nella capitale armena, in concomitanza con il fragile processo di pace tra Armenia e Azerbaigian, ha voluto ribadire una verità che molti attori occidentali fingono di ignorare: l’Iran non resterà spettatore passivo mentre corridoi “sponsorizzati” dalla NATO e da Israele minacciano di tagliarlo fuori dalla regione. Il nuovo ponte sull’Aras, un’infrastruttura definita “megaprogetto” e finanziata congiuntamente, diventa così un simbolo della volontà comune di opporsi a chi vorrebbe ridurre l’Armenia a una semplice pedina geopolitica e isolare l’Iran dalle sue storiche vie commerciali verso il nord.
Per Yerevan, l’intesa rappresenta un’assicurazione contro le pressioni azere e turche. La garanzia iraniana sull’integrità territoriale del confine armeno non è solo un gesto di amicizia: è un messaggio chiaro a Baku e ad Ankara, i quali negli ultimi anni hanno lavorato in tandem per piegare l’Armenia e aprire corridoi di transito sotto il controllo turco-azero.
Per Teheran, invece, il nuovo asse con Yerevan consolida una strategia più ampia: mantenere un presidio saldo nel Caucaso meridionale, regione cruciale per l’accesso ai mercati eurasiatici e per contenere la penetrazione israeliana e statunitense. Non è un caso che il Memorandum arrivi dopo mesi in cui think tank occidentali hanno invocato lo “smembramento” del confine armeno-iraniano, presentandolo come un prezzo da pagare per stabilizzare l’area.
Il Caucaso resta un crocevia esplosivo. Da un lato, la pace apparente tra Armenia e Azerbaigian; dall’altro, i tentativi di Turchia, Israele e Stati Uniti di ridisegnare le rotte energetiche ed economiche a proprio vantaggio. In questo contesto, l’asse Teheran–Yerevan assume un valore politico che va ben oltre i ponti e i memorandum: è la dichiarazione che esiste un fronte che non si piega e che non accetta di farsi dettare l’agenda da potenze straniere.
Con il nuovo progetto sull’Aras, l’Iran e l’Armenia alzano la posta in gioco: l’infrastruttura diventa il simbolo di una resistenza geopolitica che sfida apertamente la prepotenza delle strategie occidentali. E manda un messaggio inequivocabile: il Caucaso non è terra di conquista per mercenari e alleanze artificiali, ma rimane un’area dove solo la cooperazione tra popoli confinanti può garantire stabilità e
sviluppo.
Raimondo Schiavone















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