Nel 2011, durante il mio primo viaggio in Iran, scrissi una serie di articoli che oggi, rileggendoli, assumono un significato ancora più profondo. Non erano un'analisi geopolitica, né una difesa di un sistema politico o di un altro. Erano semplicemente il racconto di ciò che avevo visto con i miei occhi.
In un tempo in cui l'Iran veniva descritto quasi esclusivamente come "l'impero del male", decisi di fare ciò che ogni giornalista dovrebbe fare: partire, osservare, ascoltare e raccontare.
Ricordo ancora le reazioni degli amici prima della partenza. Qualcuno mi dava una pacca sulla spalla invitandomi a fare attenzione, altri mi chiedevano con un certo stupore perché mai avrei dovuto andare proprio lì. Erano gli anni in cui l'immagine dell'Iran, costruita soprattutto dai media occidentali, era quella di un luogo cupo, ostile e pericoloso.
Quello che trovai fu molto diverso.
Naturalmente esistevano regole rigide, una struttura politica e religiosa che imponeva limiti evidenti, soprattutto alle nuove generazioni. Sarebbe stato intellettualmente disonesto negarlo. Ma accanto a quella realtà ne esisteva un'altra che in Occidente quasi nessuno raccontava: quella di un popolo straordinariamente ospitale, sorridente, curioso e desideroso di dialogare.
La vera forza dell'Iran che incontrai non erano i monumenti di Persepoli, le moschee di Esfahan, i giardini persiani o le architetture di Yazd. Era la sua gente.
A Yazd osservavo giovani studenti discutere liberamente nei parchi, famiglie che trascorrevano la notte all'aperto, tende montate nei grandi prati cittadini, persone che cucinavano, conversavano e invitavano lo straniero a bere un tè o un caffè come se fosse un vecchio amico.
A Shiraz vidi una gioventù che passeggiava, rideva, si innamorava, si cercava con gli sguardi. Una normalità che mal si conciliava con l'immagine caricaturale che ci veniva proposta.
Ad Esfahan, nella straordinaria piazza Naqsh-e Jahan, "l'immagine del mondo", osservai forse la più bella fotografia della società iraniana: famiglie, bambini, anziani, studenti universitari che vivevano gli spazi pubblici con rispetto, pulizia e senso della comunità.
Passeggiando di notte non avvertii mai quella sensazione di insicurezza che spesso accompagna le grandi città occidentali. Al contrario, erano gli iraniani a fermare noi, incuriositi, desiderosi di parlare, di conoscere, di confrontarsi su politica, religione, cultura e perfino sull'Occidente.
Fu allora che iniziai a pormi alcune domande che ancora oggi considero attuali.
Siamo davvero certi che la libertà possa essere misurata esclusivamente contando il numero delle leggi che limitano un individuo?
Siamo sicuri che il modello occidentale rappresenti automaticamente il punto più alto della libertà umana?
Oppure esistono forme di condizionamento meno evidenti ma altrettanto potenti, come quelle imposte dal consumismo, dalla pressione sociale, dalla globalizzazione culturale, dall'obbligo continuo di apparire, produrre e competere?
Non trovai allora una risposta definitiva e non pretendo di averla oggi.
Continuo però a pensare che esista una differenza enorme tra conoscere un Paese attraverso i titoli dei giornali e conoscerlo camminando nelle sue strade, parlando con la sua gente, condividendone per qualche giorno la quotidianità.
Quegli articoli del 2011 non volevano assolvere nessuno né condannare nessuno. Volevano semplicemente ricordare che dietro ogni governo esiste sempre un popolo, e che giudicare milioni di persone esclusivamente attraverso le decisioni dei loro governanti rappresenta una delle più grandi semplificazioni della storia.
A distanza di quindici anni quelle pagine conservano per me lo stesso valore: raccontano un Iran visto senza filtri ideologici, senza pregiudizi e senza propaganda.
Perché i governi possono cambiare, gli equilibri geopolitici possono mutare, ma il sorriso di un popolo, quello che vidi nel 2011, resta una delle immagini più autentiche che porto ancora con me.














e poi scegli l'opzione