E poi arriva il silenzio.
Quello vero. Non il silenzio composto, rispettoso, istituzionale. No. Il silenzio viscido, imbarazzato, ipocrita. Quello che cala quando una notizia — anche solo una notizia, non una condanna — diventa sufficiente a trasformarti da partner a problema.
Succede così.
Un mese di lavoro. Riunioni, bozze, numeri, progettazione, notti a sistemare documenti, telefonate, visioni condivise, strategie. Una gara importante. Una di quelle che non sono solo fatturato, ma prospettiva. Poi squilla il telefono.
Tono gentile, parole morbide, vocabolario aziendale da manuale del perfetto codardo contemporaneo.
“Sai… ci dispiace… abbiamo letto… le policy interne… forse è meglio che in RTI non ci siate… magari si può valutare un subappalto…”
Il subappalto come zona di quarantena morale.
Non più partner, ma comparsa. Non più alleato, ma soggetto tollerato. Non più affidabile, ma gestibile. È la liturgia dell’ipocrisia moderna: nessuno ti accusa, nessuno ti difende, tutti si tutelano.
Sono le conseguenze, certo.
Le accetto. Le metto in conto. Quando fai impresa senza paracadute, quando non sei nato ricco, quando la vita non ti ha regalato cognomi pesanti o patrimoni immobiliari ma solo bollette e sogni, sai che devi rimboccarti le maniche. Letteralmente. Camicia arrotolata e avanti.
Perché lavorare non è un’opzione romantica. È una necessità.
E allora stringi i denti, fai finta di niente e riparti.
Poi però c’è la geografia dell’ipocrisia.
Perché mentre qui si misura il centimetro morale del vicino, mentre si osserva il piatto degli altri con la lente d’ingrandimento, arrivano loro. Gli emiliani, i romani, i milanesi. Professionisti seri, per carità. Ma soprattutto lontani. Abbastanza lontani da non disturbare il sonno dei burocrati locali.
Vincono gare, entrano, fatturano, escono.
E tutti zitti.
Non perché siano più bravi — a volte sì, spesso no — ma perché sono distanti. Non li incontri al bar, non li incroci al supermercato, non condividi con loro la stessa aria di provincia allargata che chiamiamo Sardegna. E allora il loro piatto non lo si guarda. Non per rispetto, ma per comodità.
La distanza assolve. La vicinanza condanna.
È una regola non scritta, ma solidissima.
Io però continuo a pensare che la dignità non sia una variabile contrattuale.
Che stare a testa alta non sia arroganza ma sopravvivenza. Che il lavoro non sia una concessione ma una conquista quotidiana.
Forse quella gara non la vinceranno.
Non per giustizia divina — non sono così ingenuo — ma perché la sfiga, ogni tanto, è democratica. Colpisce tutti. Anche chi oggi si sente al riparo dietro procedure, policy e telefonate imbarazzate.
Noi, intanto, restiamo qui.
Con i nostri difetti, le nostre battaglie, le nostre ferite e quella ostinazione che non si compra nei manuali di project management. Restiamo qui a lavorare, a provarci, a sbagliare, a rialzarci.
A testa alta.
Voi, invece, fate pure.
Andate a vendere polizze porta a porta. Magari funzionano meglio della coscienza.
Raimondo Schiavone












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