Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il Sistema del Privilegio: Messi e la Farsa di un Mondiale

L'Argentina, Paese filo sionista e palesemente razzista nello sport, è in semifinale. Ha eliminato la Svizzera 3-1 ai supplementari e ora attende l'Inghilterra, mentre il quadro delle ultime settimane conferma un pattern che sarebbe ingenuo continuare a ignorare. Agli ottavi, contro l'Egitto, l'Albiceleste era sotto 0-2 prima di ribaltare tutto vincendo 3-2 in un finale segnato da episodi arbitrali che i "Faraoni" non hanno mai digerito. Il ct Hossam Hassan non usò perifrasi: parlò di una partita chiaramente truccata, vista da tutto il mondo, chiedendosi pubblicamente se non si volesse tenere in gara i campioni del mondo, se non si volesse che Messi rimanesse in lizza. Non fu il delirio di uno sconfitto qualunque: il tecnico egiziano parlò esplicitamente di una questione di marketing legata al desiderio che l'Argentina restasse in gara con Messi. L'attaccante Ziko accusò l'arbitro di aver rubato lo sforzo di un'intera nazione fin dall'inizio, definendo il torneo pianificato per far vincere l'Argentina. La federazione egiziana non si fermò alle dichiarazioni a caldo: presentò reclamo ufficiale alla FIFA, denunciando due pesi e due misure nel trattamento di episodi simili al VAR.
Chi liquida tutto questo come sfogo di una nazionale eliminata deve fare i conti con il resto del quadro accumulato lungo l'intero torneo. Contro l'Algeria, nel girone, Messi non ricevette nemmeno un'ammonizione per un intervento sul capitano avversario che poteva costargli il rosso — e senza quel cartellino ha continuato a segnare nelle partite successive. La FIFA ha designato una terna arbitrale interamente argentina per un quarto di finale tra Francia e Marocco che non coinvolgeva nemmeno l'Argentina, prima volta nella storia di questo torneo che una gara viene diretta da arbitri di un'unica nazionalità. Sui rigori, l'Argentina ha chiuso la fase a gironi e i primi turni a eliminazione diretta guidando la classifica del torneo per penalty concessi a proprio favore. Nessuno di questi episodi, preso da solo, è una prova. Presi insieme, disegnano un sistema che protegge sempre nella stessa direzione.
Sopra tutto questo siede Infantino, che ha trasformato la FIFA nella propria vetrina personale — un burattinaio che decide chi il torneo debba consacrare prima ancora che si giochi. E Messi ne è il pupazzetto perfetto: intoccabile, levigato, mai davvero messo in discussione. Lo stesso Messi capace, in questo torneo, di tirare una punizione contro Capo Verde a portiere e barriera non ancora pronti — un episodio da tuffatore simulatore più che da capitano, che dice più di ogni comunicato ufficiale cosa sia diventata l'etica sportiva ai vertici del calcio mondiale. Lo stesso Messi che contro l'Egitto sbaglia un rigore e viene comunque salvato da una rimonta arbitrale, che macina assist e primati di squadra ma che, contro la Svizzera, resta a secco davanti alla porta nonostante l'ennesima partita da protagonista annunciato.
È a Maradona che va restituita la verità che Messi non potrà mai reclamare. Diego non fu mai comodo a nessuno, ed è per questo che fu grande. La sua "Mano de Dios" contro l'Inghilterra nel 1986 non fu solo furbizia: fu, nelle sue stesse parole, vendetta sportiva per la guerra delle Falkland/Malvinas, combattuta quattro anni prima e ancora aperta come ferita nazionale. Maradona non se ne nascose mai: rivendicò quel gesto come rivincita politica, non come episodio di gioco. Fu amico dichiarato di Fidel Castro, si tatuò il volto del Che Guevara sul braccio, attaccò pubblicamente il Fondo Monetario Internazionale e le politiche che avevano affamato l'Argentina popolare. Stava con gli abitanti delle villas miserias, con i movimenti sociali latinoamericani, con la causa palestinese — schierandosi apertamente, in anni in cui i calciatori non lo facevano, contro l'imperialismo economico e militare che considerava responsabile della miseria del suo continente. Il suo genio calcistico era inseparabile dalla sua ribellione: giocava come viveva, senza chiedere permesso a nessun sistema. Messi, cresciuto nelle giovanili di un club europeo fin da bambino, prodotto e distribuito da un apparato mediatico-sportivo che lo ha reso ricchissimo e inoffensivo, non ha mai speso una parola pubblica scomoda su nulla che contasse davvero.
Di fronte a questa recita, Cristiano Ronaldo resta un'anomalia scomoda anche adesso che il suo Mondiale — l'ultimo della carriera — si è chiuso agli ottavi, eliminato dalla Spagna. Ed è uscito senza scuse, senza polemiche arbitrali, senza reclami alla FIFA: solo il campo, la sconfitta accettata, la testa alta. Perché qui non servono opinioni, bastano i fatti che si porta dietro da una carriera intera. Dopo aver vinto la Scarpa d'Oro nel 2011, mise all'asta il premio, raccogliendo 1,5 milioni di euro destinati alla ricostruzione di scuole a Gaza. Nel 2013 vendette all'asta il proprio Pallone d'Oro, devolvendo le 530 mila sterline raccolte alla fondazione Make-A-Wish, che assiste bambini malati terminali. Donò regolarmente i propri bonus alla Croce Rossa e li condivise con Unicef, World Vision e Save the Children, di cui è ambasciatore ufficiale. Durante la pandemia, finanziò due unità di terapia intensiva per un ospedale di Lisbona, per un valore di un milione di euro. Ha finanziato la costruzione di un ospedale pediatrico a Santiago del Cile e ha coperto di tasca propria l'operazione salvavita di un bambino di dieci mesi. Ha donato quasi 5 milioni di euro per le vittime del terremoto in Nepal, spesso chiedendo esplicitamente che l'importo delle sue donazioni non venisse reso pubblico. Dona sangue regolarmente, al punto da aver rinunciato ai tatuaggi per poterlo fare, ed è iscritto come donatore di midollo osseo. Una classifica internazionale dei mecenati dello sport lo ha incoronato l'atleta che dona di più al mondo in beneficenza — la stessa classifica in cui, significativamente, Messi non compare.
Il calcio mondiale, ancora una volta, non racconta più partite. Racconta gerarchie di potere travestite da competizione sportiva, con un sistema che ha scelto il proprio prodotto di punta prima ancora del fischio d'inizio e lo protegge con arbitraggi, calendari e narrazioni costruite a tavolino, mentre chi ha davvero incarnato la ribellione e chi ha davvero incarnato l'umanità del gioco restano ai margini della celebrazione ufficiale. Da una parte un uomo che il pallone lo ha vissuto come atto di ribellione politica e riscatto popolare. Dall'altra un uomo che il pallone lo ha trasformato in filantropia concreta, silenziosa, verificabile, ed è uscito di scena senza clamore. In mezzo, un pupazzetto protetto da un burattinaio — e ormai lo dicono ad alta voce persino i suoi avversari.
Raimondo Schiavone 

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