Ci voleva Donald Trump.
Ci voleva il suo ego sterminato, la sua rozzezza teatrale, il suo bisogno infantile di occupare persino lo spazio del sacro, per ottenere un risultato che la diplomazia, i massacri, i richiami morali e perfino il sangue non erano riusciti a produrre fino in fondo: il risveglio del Papa.
Non un risveglio mistico.
Un risveglio politico, morale, simbolico. Il risveglio di Papa Leone davanti a una guerra che si allarga, a una retorica della forza che si traveste da civiltà e a un potere americano che, nel suo delirio di onnipotenza, ha finito per scambiare la provocazione per leadership. Papa Leone ha ribadito in questi giorni che continuerà a parlare contro la guerra, ha definito inaccettabili certe minacce contro l’Iran e ha insistito sul fatto che il Vangelo non può essere manipolato per benedire la violenza.
Trump, naturalmente, ha reagito come reagisce un uomo piccolo quando incontra un’autorità che non può comandare: con l’insulto. Ha attaccato il Papa, lo ha definito debole, lo ha trascinato nel fango della polemica politica e poi, come se non bastasse, ha alimentato anche la provocazione simbolica con quell’immagine blasfema e grottesca che lo ritraeva in forma cristologica. Poi ha persino provato a minimizzare, come fanno sempre gli arroganti quando scoprono che il mondo, ogni tanto, non ride con loro.
Ed è qui che il quadro si fa quasi insopportabilmente ironico.
Perché mentre il presidente degli Stati Uniti usa il linguaggio della sopraffazione e profana perfino l’immaginario cristiano per nutrire il proprio culto personale, da Teheran arriva una lezione di misura politica e di intelligenza simbolica. Masoud Pezeshkian non si limita infatti a esprimere solidarietà al Papa. Va oltre. Collega la difesa del Pontefice alla difesa di Gesù, chiamandolo “il profeta della pace e della fratellanza”. È un passaggio decisivo, perché salda in una sola frase il rispetto per il capo della Chiesa cattolica, la centralità della figura di Cristo e la denuncia della degenerazione idolatrica del trumpismo.
E allora il paradosso diventa totale.
L’uomo che guida la maggiore potenza occidentale aggredisce il Papa e svilisce il simbolismo cristiano. Il presidente della Repubblica islamica dell’Iran interviene per dire che quella profanazione non è accettabile e richiama Gesù come figura di pace e fratellanza. In mezzo, buona parte dell’Europa che ama definirsi cristiana resta muta, impacciata, notarile, quando non direttamente codarda. Solo alcune voci si sono mosse, ma il riflesso generale del continente è apparso quello di una stanca burocrazia morale, incapace di alzare il tono quando il sacro viene piegato a propaganda e la guerra viene raccontata come necessità etica.
Il punto, allora, non è soltanto che Papa Leone si sia finalmente svegliato.
Il punto è chi lo abbia costretto a svegliarsi e chi, nel momento del risveglio, abbia avuto il coraggio di schierarsi davvero sul terreno dei principi. Trump, con la sua brutalità da imperatore di cartapesta, ha prodotto l’effetto opposto a quello che cercava: invece di intimidire il Pontefice, lo ha reso più netto. E nello stesso momento ha consegnato all’Iran l’occasione perfetta per occupare, almeno sul piano simbolico, il campo dell’onore, del rispetto e perfino del richiamo a Gesù.
È questa la fotografia più umiliante per l’Europa cristiana:
un Papa che alza finalmente la voce, un presidente iraniano che ne difende la dignità evocando Cristo, e un continente battezzato che osserva quasi in silenzio, come se la propria fede fosse ormai solo arredamento storico, liturgia turistica, folclore da calendario.
Ci voleva davvero un piccolo uomo malato di sé per risvegliare il Papa.
Ma il vero scandalo non è questo.
Il vero scandalo è che, una volta sveglio, attorno a lui si sia sentito così poco il respiro dell’Europa che continua a dirsi cristiana.
Raimondo Schiavone















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