Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il putiniano che non c’è (ma fa comodo inventare)

Nel grande stadio del dibattito pubblico contemporaneo non esistono più cittadini, pensatori, osservatori. Esistono solo tifosi. Con sciarpa, cori e slogan pronti. Se osi dire che la guerra non ti piace, vieni subito arruolato. Se critichi l’Occidente, sei putiniano. Se critichi la Russia, sei atlantista. Se osi criticare Israele, sei anti-qualcosa. Se critichi gli Stati Uniti, sei automaticamente inserito in qualche lista immaginaria redatta da editorialisti in cerca di senso.
E allora conviene dirlo subito, con la chiarezza disarmante di chi non ha voglia di indossare divise ideologiche: non sono putiniano. Non perché Putin mi stia simpatico o antipatico. Non sono putiniano perché sono italiano. E per chi sente davvero la parola Patria, l’appartenenza non è uno slogan da talk show ma una radice culturale, storica, quasi sentimentale.
Ma il problema è che nel mondo semplificato delle tifoserie, se non sei putiniano devi per forza essere trumpiano. E qui la scena diventa tragicomica. Perché l’idea di idolatrare Donald Trump — figura che oscilla tra il reality e la geopolitica con la stessa naturalezza con cui si cambia canale — appare più come un esperimento sociologico che una posizione politica. Un mezzo pazzo, direbbe qualcuno senza troppa diplomazia.
E poi c’è l’altra tifoseria, quella che pretende un’adesione incondizionata a Benjamin Netanyahu. Qui il sarcasmo si ferma un attimo davanti alla tragedia reale, perché quando la politica si traduce in morti civili, distruzione e disperazione, la parola “tifo” suona semplicemente oscena. Criticare un governo non significa negare l’esistenza di uno Stato o di un popolo, ma ricordare che il potere, quando perde il senso del limite, smette di essere difesa e diventa sopraffazione.
Dall’altra parte del fronte simbolico troviamo Volodymyr Zelensky, trasformato in pochi anni da eroe mediatico a figura più controversa. Non per negare il diritto dell’Ucraina a difendersi, ma perché la retorica bellica, quando si prolunga all’infinito, finisce per divorare anche i suoi protagonisti. E allora il leader diventa simbolo, poi icona, poi caricatura. E qualcuno inizia a vedere derive nazionaliste, stanchezza politica, rigidità comunicativa. Non necessariamente una dittatura, ma certamente una narrazione che scricchiola.
In questo teatro geopolitico dove tutti urlano, l’unica posizione davvero scandalosa sembra essere la più semplice: sentirsi italiani. E magari anche sardi nel cuore. Una doppia identità che non produce conflitti ma profondità. Perché chi appartiene davvero a una terra sa che la dignità non si difende con i tweet bellici o con le bandiere sventolate a comando, ma con la capacità di guardare il mondo senza inginocchiarsi a nessuna propaganda.
Essere contro la guerra, oggi, è quasi una posizione radicale. Sembra ingenua, fuori moda, poco televisiva. Eppure resta l’unica che non produce morti. Essere contro i soprusi dei governi significa ricordare che il potere non è mai innocente, indipendentemente dalla latitudine.
Il vero peccato mortale, però, è mettere in discussione il mito esportato negli ultimi decenni: quello della democrazia trasferibile come un software. La storia recente ha dimostrato che le bombe non installano valori, al massimo installano caos. Afghanistan, Iraq, Libia: la lista è lunga e la retorica sempre la stessa. Portiamo libertà, esportiamo democrazia, torniamo lasciando macerie e instabilità.
E poi c’è l’Iran, paese complesso, contraddittorio, spesso raccontato in modo caricaturale. Pensare che una nazione debba essere governata da chi la governa legittimamente non significa approvare ogni scelta politica o ogni limite democratico. Significa semplicemente riconoscere che la sovranità non è un concetto negoziabile a colpi di sanzioni o minacce. Significa riconoscere che la serietà di uno Stato non coincide con la sua vicinanza geopolitica all’Occidente.
Ma nella logica binaria che domina il dibattito, tutto questo viene tradotto in un’etichetta comoda: putiniano. È la scorciatoia perfetta. Non serve discutere, basta catalogare. Non serve argomentare, basta delegittimare. È la versione geopolitica del “se non sei con me sei contro di me”, formula antica ma sempre efficace per evitare la complessità.
E allora, con un sorriso sarcastico, si potrebbe anche accettare l’etichetta. Non perché sia vera, ma perché racconta più il bisogno di semplificazione di chi la usa che la posizione di chi la riceve. Se essere putiniano significa non tifare per nessuna guerra, diffidare della propaganda occidentale, criticare i soprusi ovunque si manifestino e rivendicare il diritto di sentirsi prima di tutto italiano, allora sì: il putiniano immaginario esiste.
Peccato solo che sia una caricatura.
La realtà è molto meno comoda per chi ama le tifoserie: esistono persone che non stanno né con l’Est né con l’Ovest, ma con il buon senso. Persone che non credono nelle guerre giuste perché conoscono le vittime innocenti. Persone che non idolatrano leader ma osservano i fatti. Persone che pensano che la pace non sia una posizione debole ma l’unica davvero rivoluzionaria.
Il problema, semmai, non è essere putiniani. Il problema è vivere in un tempo che ha smarrito la capacità di distinguere tra pensiero critico e appartenenza ideologica. Un tempo in cui l’indipendenza intellettuale appare sospetta, la complessità fastidiosa e il dubbio quasi un tradimento.
E così il putiniano che non c’è continua a circolare nei talk show, nei social, nei commenti indignati. Una figura utile, comoda, rassicurante. Perché inventare un nemico ideologico è sempre più facile che accettare un cittadino libero.
Forse la vera eresia, oggi, non è essere putiniani.
È semplicemente non essere tifosi.
Raimondo Schiavone 

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