Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il politicamente corretto dei servi e la voce di chi non abbassa la testa. Ecco Gianni Chessa.

Ci sono quelli che parlano nei corridoi, a mezza voce, guardandosi intorno per capire chi ascolta. E poi ci sono quelli che parlano in aula, davanti a tutti, assumendosi il peso delle parole. La differenza non è di stile: è di schiena dritta.
Il post di Mario Guerrini è l’ennesima dimostrazione di una categoria che abbonda: il moralista a comando, il custode del politicamente corretto, sempre pronto a distribuire pagelle di buona educazione politica ma stranamente distratto quando si tratta di giudicare i fatti.
Guerrini si scandalizza perché Gianni Chessa ha detto in aula ciò che “tutti dicono nel transatlantico”. E qui sta il punto: Chessa lo ha detto in aula. Non in un post ammiccante, non in una chiacchiera tra iniziati, ma nel luogo dove la politica dovrebbe essere verità, non teatro dell’ipocrisia.
Fare nomi, chiamare le cose con il loro nome, rompere il rituale delle frasi neutre: questo, per i Guerrini di turno, è un delitto capitale.
Il richiamo al politicamente corretto è sempre l’ultimo rifugio di chi non ha argomenti. Si finge indignazione per il tono, si evita accuratamente il merito. Si grida allo scandalo perché qualcuno osa dire “venduti”, ma si tace per anni davanti a spartizioni, silenzi, convenienze, compravendite di consenso mascherate da responsabilità istituzionale. È un moralismo selettivo, vigliacco, profondamente servile.
Guerrini prova a ricostruire la carriera politica di Chessa come se fosse un capo d’imputazione: Udc, sardisti, Forza Italia. Un rosario recitato male, con l’aria di chi vorrebbe dire “non sei dei nostri”. Peccato che Chessa non abbia mai preteso patenti di purezza da nessuno. Non è un politico da salotto né da osservatorio numerato. Viene da Is Mirrionis, si è fatto da solo e non ha mai avuto bisogno di benedizioni culturali per dire quello che pensa.
E mentre Guerrini si esercita nel tiro al bersaglio contro Chessa, riesce nell’impresa notevole di sorvolare sulle vere macerie lasciate dal passato recente. Quelle sì, reali. Quelle sì, pagate dai cittadini, soprattutto in sanità, durante la stagione del governo Christian Solinas. Lì il politicamente corretto sparisce. L’indignazione si attenua. La penna si fa improvvisamente più leggera.
Chessa oggi sta all’opposizione, dentro Forza Italia, e fa l’opposizione. Non quella educata che non disturba, ma quella che dà fastidio. Attacca Alessandra Todde, come è legittimo che sia, e chiama in causa anche ex alleati del Partito Sardo d'Azione. Apriti cielo. Guai a rompere il mito della transizione indolore, del tutti innocenti, del nessuno responsabile.
Il punto vero è che Chessa non recita. Non misura le parole per piacere ai commentatori. Non chiede il permesso a chi vive di post e osservatori autoreferenziali. E questo lo rende pericoloso per un sistema che campa di mezze frasi e allusioni. Per questo diventa bersaglio. Per questo, probabilmente, sarà il prossimo oggetto di dossieraggio, sport ormai praticato da professionisti e dilettanti della delazione politica.
Ma c’è una differenza sostanziale: Chessa sa difendersi. Non ha bisogno di scudi mediatici né di anime belle che lo assolvano. Perché chi ha detto la verità in faccia, una volta, può permettersi di rifarlo.
Gli altri continueranno a predicare il politicamente corretto. Servi del tono, non della verità.
Raimondo Schiavone 

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