C’è un momento nella carriera di ogni autoproclamato giornalista in cui la tastiera si trasforma in fazzoletto. È quel momento in cui, dopo anni passati a distribuire insulti, insinuazioni, moralismi a buon mercato e titoli da film di serie Z, ci si accorge – improvvisamente – che il potere reagisce. E si va in frantumi. Lacrime sul blog, piagnistei sulla “solitudine del reporter”, e richiami alla Bibbia, con Davide e Golia scomodati per giustificare le proprie cantonate.
Mario Guerrini – sì, proprio lui, il moralizzatore digitale con licenza di demolizione, il martire della deontologia liquida – oggi si riscopre perseguitato. Come un bambino sorpreso a lanciare sassi e che poi frigna perché qualcuno ha osato restituirgli il favore. Ma se sei tu a passare la vita a insinuare, diffamare, etichettare e giudicare con tono da inquisitore da social media… allora non puoi pretendere l’immunità diplomatica quando qualcuno ti trascina davanti a un giudice. Soprattutto se sei così coraggioso da farlo sempre dietro una tastiera, raramente davanti a un microfono o a una domanda seria.
Nella sua ultima, chilometrica omelia – pardon, “Osservatorio” n. 6464 (quando un’ossessione supera quota 6000 forse è il caso di cercare aiuto) – Guerrini riesuma il solito schema: lui da solo contro l’Impero del Male. Christian Solinas, lo staff “miracolato”, la Massoneria, i PM, il circo, i leoni, i trapezisti. Manca solo Voldemort e la Spectre, e la saga sarebbe completa.
Naturalmente, dimentica di dire che la querela è arrivata dopo mesi di articoli al vetriolo, in cui l'ex governatore veniva crocifisso con lo stile tipico del Guerrini pensiero: una mescolanza di pettegolezzo, livore personale e furia narrativa da romanzo d’appendice. E quando arriva una condanna, anche se simbolica, l’oracolo si incrina. Panico. Smarrimento. Il potere ha vinto. Davide è stato sculacciato da Golia. Ma chiunque conosca un minimo di giornalismo sa che, tra i due, quello che ha abusato delle parole e dei suoi privilegi professionali, non è Golia.
Il problema non è fare inchieste. È credere che ogni post in cui si chiama qualcuno “miracolato”, “massone”, “servo”, o peggio, sia un’opera d’indagine. La differenza tra giornalismo e rancore personale, caro Guerrini, esiste. E sta proprio in quel codice deontologico che lei cita solo quando le fa comodo, salvo poi ignorarlo nel resto della sua produzione quotidiana.
Non è il potere che le ha voltato le spalle. È la credibilità. E quando la perdi, anche la dignità professionale comincia a vacillare. Ma tranquillo, può sempre scrivere il prossimo “Osservatorio 6465” e raccontare come anche ChatGPT le abbia voltato le spalle. Ovviamente, per ordine della Massoneria.















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