Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il paradosso energetico della guerra: Trump combatte l’Iran, ma il conto lo incassa Putin

Nel grande scacchiere della geopolitica mondiale esiste una regola che raramente viene raccontata con chiarezza: ogni guerra ridisegna i flussi dell’energia, e chi controlla petrolio e gas spesso vince più delle armate sul campo.
La guerra scatenata contro l’Iran ne è la dimostrazione plastica. Mentre i missili solcano il cielo del Golfo Persico, sui mercati finanziari e sulle rotte energetiche si sta consumando una partita molto più silenziosa ma infinitamente più redditizia. E, paradossalmente, il principale beneficiario non sembra essere Washington. È Mosca.
Il primo effetto economico della guerra è stato immediato: il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile dopo anni di relativa stabilità. 
Il motivo è semplice: il conflitto ha colpito il cuore del sistema energetico globale, il Golfo Persico, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale attraverso lo Stretto di Hormuz.
Quando quel passaggio si blocca o rallenta, il mercato entra nel panico. La produzione cala, le petroliere si fermano e il prezzo sale. In questa crisi si stima che il sistema energetico globale abbia perso fino a 10 milioni di barili al giorno di produzione, la più grande interruzione della storia recente dei mercati petroliferi. 
Ed è qui che entra in scena Vladimir Putin.
La Russia è il secondo esportatore mondiale di petrolio e gas. Quando il prezzo del greggio sale, il bilancio del Cremlino respira. Non a caso, secondo analisi energetiche, Mosca ha già incassato circa 6 miliardi di euro aggiuntivi dalle esportazioni di combustibili fossili dall’inizio del conflitto con l’Iran. 
In altre parole, ogni missile che attraversa il Medio Oriente si trasforma in denaro per l’economia russa.
Ma non è tutto. Alla crescita dei prezzi si è aggiunta una seconda decisione ancora più significativa sul piano politico: gli Stati Uniti hanno concesso una licenza temporanea per la vendita di petrolio russo precedentemente bloccato dalle sanzioni, permettendo la commercializzazione di circa 128 milioni di barili. 
Una scelta ufficialmente motivata dal tentativo di calmare i mercati energetici e contenere il prezzo della benzina.
Nella realtà geopolitica, però, l’effetto è evidente: il mercato russo del petrolio torna ad avere ossigeno proprio nel momento in cui il prezzo mondiale cresce.
Se si osserva la questione con freddezza economica, emerge un paradosso quasi ironico.
Trump apre un fronte militare contro l’Iran, destabilizzando la principale area energetica del pianeta.
Il prezzo del petrolio sale.
Il mercato torna ad avere bisogno di barili.
E quei barili, inevitabilmente, arrivano anche dalla Russia.
Il risultato è che Putin, che negli ultimi mesi aveva visto calare le entrate energetiche e ridursi le riserve del fondo sovrano russo, si ritrova improvvisamente con un margine finanziario nuovo. Con il petrolio sopra gli 80 dollari, il bilancio russo può incassare decine di miliardi di dollari aggiuntivi rispetto alle previsioni.
È il classico effetto boomerang della geopolitica energetica.
Si combatte una guerra per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente, ma nel frattempo si rafforza il principale rivale strategico dell’Occidente sul piano economico.
Perché il petrolio ha una caratteristica che la politica spesso dimentica: non ha ideologia.
Ha solo un prezzo.
E quando il prezzo sale, chi lo vende vince. Anche se formalmente è il nemico.
Raimondo Schiavone 

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