Il negazionismo sui morti di Gaza, sul numero totale delle vittime, sui bambini e sulle donne trucidate, è peggiore di quello dell’Olocausto. Lo so, è un’affermazione dura, che può apparire eccessiva, ma è inevitabile constatarlo. Allora, nel cuore del Novecento, le immagini erano rare, la stampa non era libera, i mezzi di informazione controllati dai regimi e Internet era ancora un sogno lontano. Non c’erano i social, non c’era la possibilità per i popoli di documentare in tempo reale la tragedia che subivano.
Oggi invece no. Oggi assistiamo a un genocidio in diretta tv e social. Ogni giorno arrivano video, testimonianze, immagini di ospedali bombardati, bambini sepolti sotto le macerie, famiglie sterminate. Eppure, in questo tempo che si vanta di trasparenza, di informazione globale e di libertà di parola, c’è chi nega quei morti. C’è chi dice che i numeri sono inventati, che i cadaveri non esistono, che quelle fosse comuni sono frutto di propaganda.
La formula più ricorrente, ripetuta come un disco rotto, è questa: “i morti sono tutti miliziani di Hamas, e poi in ogni caso c’è una guerra in corso”. Una frase che racchiude tutta la disumanità del nostro tempo. Da un lato riduce ogni vittima, anche neonati e madri, a un combattente legittimo, privandolo della sua innocenza. Dall’altro lato, usa la parola “guerra” come un lasciapassare per ogni atrocità: se c’è la guerra, allora ogni bombardamento diventa accettabile, ogni strage inevitabile, ogni massacro spiegabile.
È terribile. Perché se il negazionismo dell’Olocausto poteva nutrirsi del buio dell’epoca e del silenzio imposto dalle dittature, quello di oggi è colpevole di menzogna davanti all’evidenza, di mistificazione davanti a milioni di prove, di cinismo davanti al dolore nudo e crudo che ci viene consegnato ogni giorno da Gaza. Non ci sono alibi, non ci sono giustificazioni.
Chi insiste che “tutti erano miliziani” compie non solo un atto di manipolazione, ma un vero sopruso culturale: toglie dignità ai morti, criminalizza il dolore, impedisce la compassione. E così si realizza un doppio genocidio: quello materiale, che annienta corpi e vite, e quello della verità, che distrugge memoria e coscienza collettiva.
In definitiva, il negazionismo che accompagna Gaza non è solo più grave: è più disumano. Perché non cancella il passato, ma tradisce il presente. Perché non si nasconde dietro l’oscurità della storia, ma mente alla luce del sole. E perché, così facendo, ferisce non solo chi muore sotto le bombe, ma anche chi sopravvive nel silenzio e nell’indifferenza di un mondo che sceglie di non vedere.
Raimondo Schiavone















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