Blog di Raimondo Schiavone e amici

 Il mondo sull’orlo: quando la storia torna a bussare

C'è un clima che attraversa il mondo e che inquieta chiunque abbia memoria storica. Un clima che somiglia terribilmente a quello che precedette l’avvento del nazismo in Germania e che spalancò le porte alla Seconda guerra mondiale: polarizzazione estrema, paura sociale, nazionalismi aggressivi, militarizzazione del linguaggio e delle piazze. Allora come oggi, tutto viene presentato come inevitabile. E proprio per questo è pericoloso.
I fronti di guerra si moltiplicano e si alimentano a vicenda. Dal Medio Oriente all’Europa orientale, passando per l’America Latina, il mondo non è più un sistema di crisi isolate ma un unico campo di tensione permanente. In Iran ogni pressione esterna viene letta come tentativo di cambio di regime; in Venezuela le sanzioni e le interferenze hanno prodotto un conflitto politico senza fine; Israele vive una guerra che è diventata strutturale e totalizzante; Ucraina è il teatro di uno scontro che va ben oltre i suoi confini e che ha rimesso la guerra “classica” al centro dell’Europa.
Questi conflitti non sono episodi separati. Sono ingranaggi della stessa macchina. Una macchina che ha bisogno di nemici, di semplificazioni brutali, di popoli da schierare come tifoserie. E intanto il popolo statunitense è in fermento, diviso, armato, impoverito, sempre più diffidente verso le proprie istituzioni. Le piazze ribollono, la repressione cresce, la politica risponde con la forza e con la paura. È il segno classico delle democrazie che iniziano a scivolare.
In parallelo avanzano i nazionalismi, che promettono protezione e offrono esclusione. Le destre xenofobe rialzano la testa ovunque, presentandosi come risposta al caos che loro stesse contribuiscono ad alimentare. Il copione è noto: prima si individua un capro espiatorio – l’immigrato, il diverso, il dissidente – poi si invoca l’ordine, infine si accetta la compressione dei diritti in nome della sicurezza. È così che la storia ha già deragliato una volta.
E l’Europa, che avrebbe dovuto essere un argine, appare inermi e in forte crisi. Economica, politica, culturale. Incapace di una politica estera autonoma, divisa al suo interno, priva di una visione che non sia quella della sudditanza o dell’emergenza. Un continente che parla di valori mentre li sacrifica, che invoca la pace mentre investe nella guerra, che teme il futuro perché ha smesso di immaginarlo.
La somiglianza con gli anni Trenta non sta nei dettagli, ma nella struttura del tempo: crisi economiche, società spaventate, élite delegittimate, propaganda martellante, culto della forza. Allora si disse che era tutto temporaneo. Che era necessario. Che non c’erano alternative. Sappiamo com’è finita.
Oggi siamo di nuovo a un bivio. Continuare a normalizzare la guerra, l’odio e la repressione, oppure riconoscere che la storia non si ripete mai identica, ma punisce sempre chi finge di non riconoscerla. Ignorare i segnali non è neutralità. È complicità.
Raimondo Schiavone 

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