Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il mondo che divora sé stesso

Oggi mi sveglio con un’altra notizia di guerra. Un altro attacco contro l’Iran. Un altro passo verso un baratro che somiglia sempre di più a quello che l’umanità credeva di essersi lasciata alle spalle dopo il secondo conflitto mondiale.
Non mi interessa la retorica delle “operazioni preventive”. Non mi convince la liturgia delle “minacce imminenti”. Quando le bombe cadono, la verità geopolitica è sempre una sola: qualcuno ha deciso che il conflitto è più utile della diplomazia.
Io vedo un disegno più ampio. Vedo un’élite globale, capeggiata da Usa e Israele, che non accetta più sacche di autonomia, di differenza, di sovranità non allineata. In un mondo che si pretende omologato, ogni diversità geopolitica diventa un problema da correggere. Ogni Paese che non si inserisce perfettamente nei meccanismi del mercato globale viene trasformato in dossier, in emergenza, in minaccia.
Non è solo ideologia. È materia. Petrolio. Gas. Terre rare. Rotte commerciali. Posizioni strategiche. Il grande divoratore — quel capitalismo finanziario che ha perso il contatto con il lavoro reale e con la produzione concreta — ha bisogno di nutrirsi continuamente.
Io lo vedo come un Drago. Un Drago antico e affamato che non può fermarsi. Non dorme mai. Non è mai sazio. Ogni crisi è una brace che lo riscalda, ogni conflitto è un banchetto. Per sopravvivere deve crescere, per crescere deve espandersi, per espandersi deve consumare. Risorse, territori, mercati, perfino culture.
Un Occidente invecchiato, scarsamente propenso a lavorare nel senso più profondo del termine — quello della produzione reale, della fatica, della manifattura — si è rifugiato nella virtualità della finanza. Ma la finanza, da sola, non crea materia: la redistribuisce, la moltiplica su carta, la anticipa. E quando la materia scarseggia, il Drago pretende nuovo nutrimento.
Ecco che arrivano i conflitti.
Venezuela ieri. Iran oggi. L’Ucraina trasformata in una guerra per procura che ha già logorato un’intera generazione. I contenziosi strategici come quello sulla Groenlandia e sulle nuove rotte artiche. Ogni nodo geopolitico diventa una possibile scintilla.
Domani, temo, non basteranno più nemmeno queste aree periferiche del conflitto. Il confronto rischia di diventare diretto con le due grandi potenze produttrici: la Russia tradizionale, radicata nella sua storia imperiale, e la Cina moderna e dinamica, che avanza con metodo e visione strategica.
Siamo dentro una fase di transizione globale. E le transizioni, nella storia, non sono mai state indolori.
Qualcuno dirà che difendo l’Iran. No. Io difendo i popoli. Difendo il principio che la complessità del mondo non può essere ridotta a un unico centro di comando economico e politico. Difendo l’idea che la diversità geopolitica non sia una malattia da estirpare ma una condizione naturale dell’equilibrio internazionale.
Il tentativo di una élite globale di cacciare ogni sacca di diversità nel mondo è, a mio avviso, uno degli errori più gravi del nostro tempo. Perché la diversità non è un ostacolo: è equilibrio. È pluralità. È limite al potere assoluto.
Povero Iran, oggi. Povera popolazione iraniana, stretta tra sanzioni, pressioni, bombe e propaganda. Povera democrazia, ovunque essa sia fragile o imperfetta, quando viene piegata non dall’interno ma da dinamiche di potenza esterne.
Non so cosa ci aspetti domani. So però che stiamo attraversando uno dei periodi più bui del dopoguerra. La differenza è che oggi la guerra non viene dichiarata con solennità: viene normalizzata. Spezzettata. Distribuita. Trasformata in notizia da scrollare.
E mentre noi scorriamo, il Drago continua a mangiare.
Non è normale. Non può diventarlo.
Se continuiamo a pensare che ogni conflitto sia “necessario”, che ogni attacco sia “inevitabile”, che ogni scontro sia “strategico”, finiremo per accettare l’idea che la pace sia un’eccezione.
Io non la penso così. E continuerò a dirlo, anche quando farlo sarà scomodo.
Raimondo Schiavone 

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