Blog di Raimondo Schiavone e amici

Il misterioso caso del Partito Democratico di Cagliari (ovvero l’arte raffinata dell’inutilità)

C’è un fenomeno politico curioso che meriterebbe quasi uno studio clinico più che sociologico: il Partito Democratico della città di Cagliari. Un partito che esiste – o almeno così risulta dai verbali del Consiglio comunale – occupa seggi, produce comunicati, convoca riunioni e probabilmente anche qualche assemblea con buffet finale.
Eppure, quando si prova a capire cosa faccia davvero per la città, il risultato è sempre lo stesso: silenzio operativo, rumore di fondo.
Il PD c’è, ma non si vede.
Parla, ma non incide.
Discute, ma non decide.
È una presenza politica che ricorda quei telefoni che squillano insistentemente, ma quando rispondi trovi solo il vuoto. Una linea aperta sul nulla.
Nel frattempo Cagliari affronta problemi concreti: mobilità incerta, periferie dimenticate, sviluppo urbano senza visione, turismo lasciato all’improvvisazione. Temi che richiederebbero una forza politica capace di prendere posizione, rischiare, costruire.
E invece no.
Arriva puntuale il comunicato.
Segue la dichiarazione.
Poi magari un post social con foto seria e tono istituzionale.
E tutto sembra funzionare. Sulla carta.
Perché il Partito Democratico cagliaritano ha raggiunto un livello quasi artistico in una disciplina molto particolare: fare politica senza produrre effetti.
Con una sola, encomiabile eccezione: quando si tratta di incarichi, appalti e consulenze.
Lì, improvvisamente, la macchina si accende. Si sincronizza. Funziona. Eccome se funziona.
Una precisione quasi svizzera.
Una tempestività che sulla mobilità urbana non si è mai vista.
Una lucidità strategica che sulle periferie resta, curiosamente, un miraggio.
È come se esistessero due PD:
uno pubblico, lento, riflessivo, quasi immobile;
e uno parallelo, molto più dinamico, quando si tratta di distribuire ruoli, pesi e presenze.
Ma torniamo alla città, quella vera.
Perché il Partito Democratico cagliaritano ha perfezionato una formula politica elegante: non sbagliare mai evitando accuratamente di fare qualcosa che possa essere davvero giudicato.
È il trionfo del “vedremo”.
La consacrazione del “stiamo lavorando”.
L’epopea del “serve un confronto”.
Nel frattempo la città va avanti da sola.
A volte bene, spesso male, ma comunque senza il bisogno di questa raffinata macchina del nulla.
Il risultato è un paradosso perfetto: un partito che dovrebbe essere centrale e che invece si è trasformato in un elemento di arredo istituzionale. Presente, riconoscibile, ma sostanzialmente inutile.
Come quei mobili che restano per anni nello stesso punto del salotto: nessuno li sposta, nessuno li usa, ma guai a toglierli perché “ci sono sempre stati”.
Ecco, il Partito Democratico di Cagliari oggi è questo.
Una presenza storica.
Una funzione dimenticata.
Un esercizio continuo di irrilevanza.
Con un’unica, incrollabile certezza operativa:
se c’è da decidere qualcosa che conta davvero per i cittadini… si riflette.
Se invece c’è da assegnare qualcosa che conta davvero per altri… si procede.
E forse il punto non è nemmeno più criticarlo.
Ma chiedersi, con sincera curiosità: serve ancora, o serve solo a qualcuno?
Filippo Palazzi

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