Certe volte la politica internazionale riesce dove interi staff di comunicazione falliscono. Serve solo un’intervista ben piazzata, una firma autorevole come quella del Corriere della Sera, e soprattutto un protagonista imprevedibile come Donald Trump. Ed ecco che, quasi per eterogenesi dei fini, prende forma quello che in Italia non si vedeva da tempo: uno spot politico gratuito per Giorgia Meloni.
Il copione è semplice, quasi elementare nella sua efficacia. Trump parla, l’Europa sobbalza, e nel mezzo — con tempismo degno di un manuale di opportunismo politico — Meloni si ritrova improvvisamente alleggerita da un peso che negli ultimi mesi stava diventando sempre più ingombrante: quella postura internazionale eccessivamente allineata alle logiche del conflitto permanente, che iniziava a incrinare una credibilità costruita con pazienza certosina.
Paradossalmente, è proprio l’“allontanamento” dal tycoon — o meglio, la presa di distanza che inevitabilmente consegue a certe uscite — a trasformarsi in una benedizione politica. Una sorta di lavacro reputazionale a costo zero. Perché diciamolo: quando Trump alza il volume, chiunque gli stia troppo vicino rischia di finire dentro la stessa eco. E uscirne, poi, non è mai semplice.
Meloni, invece, questa volta potrebbe aver trovato l’uscita di sicurezza già aperta. E non per strategia propria, ma per gentile concessione altrui. Un piccolo capolavoro involontario di comunicazione indiretta: Trump parla agli americani, ma finisce per sistemare l’agenda politica italiana.
Nel frattempo, mentre a Palazzo Chigi qualcuno probabilmente aggiorna le sfumature del linguaggio diplomatico, resta una questione aperta, quasi tenera nella sua prevedibilità: chi avviserà Antonio Tajani?
Perché il rischio è che, nel momento in cui la linea cambia, lui sia ancora lì, a metà strada tra una dichiarazione atlantista d’ordinanza e un risveglio politico che arriva sempre con qualche ora di ritardo. E non per mancanza di convinzione, ma per una sorta di inerzia istituzionale che lo rende, suo malgrado, il metronomo lento di una politica che invece corre.
In tutto questo, la scena resta dominata da un paradosso che meriterebbe quasi una voce nei manuali: Trump che, parlando di sé, finisce per fare campagna elettorale agli altri. Meloni che, prendendo le distanze, ritrova spazio. E l’Italia che, ancora una volta, scopre che la propria politica estera si gioca spesso più nei riflessi che nelle scelte.
Alla fine, forse, il vero slogan è già scritto. Non serve nemmeno inventarlo: basta aspettare la prossima intervista.
Raimondo Schiavone















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