Confesso che comincio a essere sinceramente preoccupato.
Non per la situazione internazionale. Non per la crisi economica. Non per le guerre che attraversano il pianeta come fili di un telex impazzito.
Sono preoccupato per Mario Guerrini.
Ho il fondato sospetto, ormai consolidato dalla lettura sistematica del suo Osservatorio, che il sottoscritto occupi una parte non trascurabile delle sue giornate. Forse delle sue notti. Non escluderei anche qualche sogno agitato.
Perché qualunque vicenda accada in Sardegna — una giunta comunale, un ambasciatore in visita, una lista civica, il traffico sulla 131 — tutto, con geometrica precisione, conduce a Raimondo Schiavone.
Si nomina una nuova giunta a Quartu Sant'Elena? Compare Schiavone.
Si parla di Antonello Cabras? Compare Schiavone.
Si evoca Christian Solinas? Compare Schiavone.
Arriva un diplomatico straniero a Cagliari? Naturalmente compare Schiavone.
Manca soltanto che un giorno mi venga attribuita la responsabilità delle mareggiate sul Poetto o di qualche inversione di marcia in viale Trieste.
La cosa più curiosa è che l'articolo nasce, almeno ufficialmente, dalla composizione della nuova giunta comunale di Quartu Sant'Elena. Da cittadino ingenuo, avevo sempre immaginato che le giunte le costruisse il sindaco. Nel caso specifico, Graziano Milia.
Evidentemente mi sbagliavo.
Dalla lettura dell'Osservatorio emerge un quadro assai più affascinante: Milia appare quasi come una comparsa secondaria in una trama ben più ricca, popolata da Cabras, Solinas, i Cinque Stelle, Progetto Sardegna, Romina Mura, gli Ayatollah iraniani e — in posizione di regia occulta — Raimondo Schiavone. Una sorta di *Avengers* della politica sarda, ma senza superpoteri e con qualche problema di coerenza narrativa.
La parte che però mi lascia davvero perplesso è un'altra.
Questa necessità quasi liturgica di classificarmi ogni volta come appendice di qualcuno. Per Guerrini sono ciclicamente uomo di Cabras, poi uomo di Solinas, talvolta di entrambi in contemporanea — impresa che sul piano della fisica politica meriterebbe probabilmente uno studio universitario, o quantomeno una tesi di laurea magistrale in geometria non euclidea.
Eppure esiste una possibilità che sembra sfuggire all'Osservatorio.
Che io abbia una mia identità. Una mia storia. Che abbia costruito aziende, associazioni, iniziative culturali, progetti editoriali e attività pubbliche nell'arco di decenni, senza dover essere necessariamente etichettato come proprietà di qualcuno.
Ho rapporti con persone delle più diverse aree culturali e politiche. Parlo con imprenditori, con amministratori, con esponenti del centrodestra, del centrosinistra, con diplomatici, con religiosi, con giornalisti.
È una malattia che si chiama dialogo.
Una patologia piuttosto diffusa tra coloro che ritengono più utile confrontarsi che rinchiudersi in una stanza a parlare esclusivamente con chi la pensa esattamente come noi. Modello che qualcuno evidentemente considera ideale.
E arriviamo al capitolo iraniano, che merita un'attenzione particolare.
Il Centro Italo-Arabo e del Mediterraneo — che presiedo — organizza da anni incontri pubblici con ambasciatori, studiosi, giornalisti, rappresentanti religiosi e istituzionali provenienti da paesi spesso contrapposti. Lo facciamo perché crediamo che il dialogo sia uno strumento di conoscenza, non di adesione. Perché ascoltare qualcuno non equivale a condividerne le idee. Altrimenti chi intervista un criminale dovrebbe essere arrestato come complice, e chi stringe la mano a un capo di Stato sgradito dovrebbe essere direttamente arruolato nella sua guardia del corpo.
Personalmente non ho alcuna intenzione di diventare Ayatollah. Non lo ero ieri. Non lo sono oggi. E salvo imprevedibili svolte vocazionali della mia carriera, non credo diventerò un riferimento del clero sciita nemmeno domani.
Resto semplicemente Raimondo Schiavone.
Con una piccola, sostanziale differenza rispetto alla narrazione dell'Osservatorio.
Non appartengo a Cabras. Non appartengo a Solinas. Non appartengo ad alcuna corrente, consorteria, cupola o geometria di potere.
Appartengo soltanto alle mie idee, alle mie iniziative e alla mia libertà.
Capisco che per chi legge la realtà come un eterno teorema di affiliazioni occulte, fili invisibili e registi nascosti, questa sia l'ipotesi più difficile da metabolizzare. Ma a volte la spiegazione più semplice è anche quella giusta.
E cioè che una persona possa esistere, pensare e agire in autonomia senza essere il burattino di nessuno.
Persino in Sardegna.
Raimondo Schiavone















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